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mercoledì 21 gennaio 2009

Accento Svedese's last recensione prima di entrare al Grande Fratello: Animal Collective -The Pet Sounds of Animal Kingdoms's




So benissimo che voi anime belle della critica solona e pizzopallosa che ascoltate Marino Sinibaldi,appartenenti ad una certa sinistra che poi ci fa perdere le elezioni state sputtanando nei vostri bei forum elitari Marco Mazzanti aka Accento Svedese che invece, come il compagno Vladimir Illich Luxuria ha deciso di ridare alla parola "mainstreaming" il suo vero signficato originario.

L'entrata di Marco nella casa è stata da lui decisa dopo l'ennesmia delusione relativa alla sordità della casta che governa la critica musicale italiana: la sua recensione dell'ultimo degli Animal Collective è stata rifiutata perchè ritenuta troppo meglio di quella che è apparsa sulla webzines musicale per la quale collabora (si può dire che è rocklab?Accento è nella casa quindi mi prendo la responsabilità io), e Spadrillas, fedele al suo giuramento di Ipocrite la pubblica integrale, con un feat. del sottoscritto che per 100 giorni (sperando che Marco arrivi in finale) dovrà fare senza Accento Svedese che ora, nella casa si preoccuperà di parlare di Carlo Antonelli e Christian Zingales e di farli conoscere al grande pubblico, così come gli Animal Collective:


(Accento Svedese)


La presenza dell'assenza, il cervello assente eppure la persona è presente, viva e vegeta (ma non vegetale). Rock Bottom di Robert Wyatt suonato sotto le acque di Ibiza al calar del sole, mentre i mediocri/presenzialisti si ritrovano al Café del Mar per sorseggiare mediocri aperitivi con un sottofondo costituito da musica altrettanto mediocre e solo la gente ganza riesce ad ascoltare Rock Bottom tre metri sotto il livello del mare. La prova provata che legalizzare le micropunte è un dovere morale. La croce e la delizia di chi riesce solo a scrivere noiose e poco interessanti recensioni che sviscerano, sezionano, analizzano un disco traccia per traccia, passo dopo passo fino allo sfinimento di chi per sua sventura si trova a leggerle portando la croce senza la delizia. Il disco che avrebbe fatto Brian Wilson se avesse conservato intatta la sua sanità mentale, oppure il disco che avrebbe fatto se l'avesse persa allora e mai più.

Merriweather Post Pavillion è forse il disco definitivo degli Animal Collective, quello che li consacrerà al successo di massa e li sparerà dritti su Mtv come degli MGMT qualsiasi, oppure li lascerà al loro posto, oggetto di culto per chi ha orecchie per intendere, per chi ha occhi per riuscire a non farsi spaventare dalla psichedelicissima copertina del disco. Sono rimasti in tre ed hanno scelto un produttore vero (Ben Allen), uno che ha lavorato pure con Christina Aguilera ed è riuscito a rendere molto più pulito e scorrevole il suono del gruppo. Sembra quasi musica dance, solo che al posto delle persone in carne ed ossa a ballare ci sono i tuoi neuroni e le tue sinapsi. È più pop del solito ma per questo non scende a compromessi, e cita apertamente certa house music come suo momento fondante. Epico, coraggioso & franco.

E come sarebbe fare ascoltare un disco del genere a Daniele Capezzone, il vero cervello assente del panorama politico italiano? Impazzirebbe? I neuroni che si erano dati alla fuga tornerebbero al mittente? Se la Maometto non va alla montagna, i neuroni mancanti tornano a Capezzone? Si renderebbe conto di quanto è poca cosa una persona come lui? Gradirebbe assai, talmente tanto da iniziare a mangiare funghi allucinogeni come fossero caramelle? Diventerebbe donna oggi, non più cagafigli, bensì dolce e caparbia cagatrice dei tuoi figli.? Sinceramente non so, e non mi pongo neanche il problema, perché i tormenti del giovane portavoce a cottimo di Forza Italia non sono nulla di fronte a quello che è sicuramente il Disco dell'anno 2009.


(Ill Bill Laimbeer takes the m/f stand)

Rubber Soul
dei Beatles ha alzato la posta per la musica pop con i suoi arrangiamenti certosini e Avery Tare era conscio che il loro stile da sottoscala aveva i giorni contati in un mondo musicale sempre piu` "elettrico". Panda Bear ha iniziato allora il suo tour de force come compositore e arrangiatore: con Merriweather post pavillion, album concept (una raccolta di "mottetti rock", secondo l'autore, descrivono la maturazione di un giovane attraverso le sue esperienze amorose e le sue amicizie, con un messaggio pessimista di fondo ma ricco di suoni eccentrici e le canzoni sembrano quasi collage ottenuti con una certosina arte di montaggio, facendo uso di una piccola orchestra (trombone, armonica, clavicembalo, campanelli, violini). Le canzoni si susseguono come in una fantasia melodica, alternando il Panda Bear romantico di Wouldn't It Be Nice, Caroline No (clavicembalo), You Still Believe In Me, God Only Knows (che Paul McCartney considera la miglior canzone di sempre, con corno francese, clavicembalo, sonagli, flauti e clarinetto) all'Avery Tare nevroticamente autobiografico di I Just Wasn't Made For These Times (con il Theremin) e That's Not Me. Lo strumentale Let's Go Away For Awhile e` una sonata da camera per 12 violini, quattro sassofoni, due bassi, piano, oboe, vibrafono, chitarra e percussioni. Sloop John B e` l'unica concessione alla sperimentazione anti-top ten.
La loro musica è prodotta in un modo cosi` palesemente amatoriale: gli studi di registrazione delle major impiegano equipe sempre piu` smaliziate di arrangiatori e sessionmen per ottenere il massimo dall'interpretazione di un cantante. Gli Animal Collective, invece sono portavoce di uno stile "familiare" di produzione (coro e chitarre senza alcun trucco particolare). I loro bassi e falsetti mediocri al confronto dei baritoni e dei tenori delle major e i testi erano certo meno forbiti dei melodrammi di Broadway.
Eppure nel loro dilettantismo spensierato, che si riconoscono i giovani. Questo album sarà una rivelazione per tutti.

venerdì 2 gennaio 2009

Potatoes and Dragottos in my lawn: LA REDAZIONE DI SPADRILLAS ALLA TRATTORIA DI VIALE PO





(Accento Svedese)

La Social Card, si sa, è una bella invenzione però è assolutamente inutile. È inutile perché sono solo 40 euro al mese, non tutti possono averla, noi non possiamo averla ma soprattutto perché è uno spreco troppo esiguo di denaro pubblico.

Molto meglio il finanziamento pubblico ai giornali. È uno sperpero assolutamente sublime. Anzi, è molto meglio prendere parte del finanziamento pubblico che spetterebbe ad Il Foglio ed utilizzarlo per andare a cena fuori durante le vacanze natalizie.

Noi abbiamo scelto da che parte stare ed abbiamo fatto così, e ne andiamo fieri. Una bella cena di redazione in data 30 dicembre, botti di fine anno assieme a tutto lo staff del blog nella Trattoria in Viale Po 13/17, paga lo Stato Italiano. Una cena rigorosamente vegan, e c'erano il Direttore, Giampiero Mughini, Pietrangelo Buttafuoco, Maurizio Mosca (che a fine serata era ubriaco fradicio pur non avendo bevuto nulla ed è stato visto disegnare un membro virile sul cartellone elettorale di Giorgio Dragotto sito nel parcheggio adiacente al ristorante, ho il tragico sospetto che Maurizio fumi merda), Mario Scaramella, l'Agente Betulla, Vittorio Feltri (che ha ritirato la querela perché che ha pubblicamente ammesso che ciò che avevamo detto era vero – anzi, ha urlato ai quattro venti che sono ventidue anni che lo fa e che si sa, si sa come vanno queste cose qua, lui sa tutto alla perfezione) ed il nuovo acquisto Pierluigi Diaco, la sinistra gggiovane che piace tanto alla destra clerico-reazionaria e che perciò ha sempre la massima visibilità. Storie di vecchi agitatori culturali completano il quadro, ma questo è un altro discorso che approfondiremo in futuro qualora ne avessimo voglia.

Ed abbiamo mangiato tantissimo, roba da dover aggiungere un buco alla cintura, e siamo rimasti talmente soddisfatti che contiamo di tornarci al più presto - sempre a spese dello Stato, si intende.

Antipasto, primo, secondo, dolce: 20 euro a testa ben spesi, 20 euro che potevano finire a chi ne aveva più bisogno, ma in quel frangente ne avevamo bisogno noi, dunque sono stati spesi da noi alla faccia di chi ne ha più bisogno.

(Ill Bill Laimbeer takes the m/f stand)

Alla faccia vostra contribuenti, che fra poco se a voi tolgono il blog perchè dovete avere il tesserino noi invece abbiamo il culo parato grazie al resto della redazione, perchè noi abbiamo scelto da che parte stare.

E visto che Ferrara è città chiave per Daria e Giuliano quale posto migliore della Trattoria in Viale Po? Giusto per prenderci gioco del direttore e di Daria, che se non c'è la carne non ne vogliono sapere siamo andati all'unico ristorante vegano della città, con buona pace di Salamine da Sugo, cappelletti e carnazza varia. E abbiamo svelato l'arcano solo a cena finita e a conto pagato, mentre Maurizio si dava al vandalismo militante disegnando virili attributi in faccia a Giorgio Dragotto.

Le danze si sono aperte con una crema di finocchi con semi di girasole tostati, che Feltri si è messo nella pipa dopo aver trangugiato come un alcolista allo stato terminale su un cartone di Tavernello.

Il Tofu in carpione con carote e daikon gratugiati al limone e cavolo romano alla senape (vedi foto ANSA) ha fatto andare Daria in estasi priapica.

Il cavolo romano poi ha messo d'accordo tutti, nella migliore tradizione dei giornalisti ghetto chic delle redazioni capitoline di una certa sinistra sempre lì a chiedere dei soldi tramite sottoscrizione per sopravivvere. Che alla fine è a tavola che si aggiusta tutto eh, per niente al momento del conto abbiam detto "si paga alla romana" che vuol dir che pagate voi contribuenti, è tutto un magna magna...tranquilli amici del Manifesto, che finchè giornalisti come noi avranno una faccia Giulianone avrà un posto su cui sedersi, e noi il nostro posto di lavoro. C'è posto anche per voi a tavola quando il Manifesto chiuderà, famo a capisse!

La rosticciata vegana (spacciata a Daria e al direttore come rosticciata di sesso e carnazza), cavolo nero saltato al limone e finocchi alla crema di sesamo accompagnata da miglio e zucca (foto Ansa-Bob Gucione) ha funto da afrodisiaco e lanciato la serata Lester gang bangs dance nell'oramai noto attico di Daria in Piazza Ariostea, pareva di essere sul set di Caligola, il film maledetto del maestro Tinto. Personalmente il cavolo nero saltato al limone mi ha mandato in visibilio.

Torta di carote e mandorle assolutamente senza derivati animali per finire, ma ce la siam mangiata solo io e Accento Svedese perchè gli altri della redazione eran fuori a esplodere i raudi e i magnum dentro le bottiglie di vetro per colpire ignari passanti sulla Via Modena.

Il direttore, scoperto l'inganno delle due simpatiche canaglie della redazione invece che incazzarsi e minacciarci come al solito di cacciarci a calci in culo (o peggio ancora mandarci a rivitalizzare il lontano parente del giornale di partito dove lui ha iniziato a muovere i primi passi anni fa) ha deciso, visti gli effetti afrodisiaci sul morale della redazione ha deciso di ordinare, anzichè i liquori, Liguori.Oramai ubriaco, su richiesta di Daria Giulianone ha chiamato Selma, che ora lavora qui proponendole di fare una versione 2.0 di Lezioni D'amore.

Sarebbe andato tutto in porto se Buttafuoco, fedele al suo nome, non avesse deciso di fare come il sottoscritto nel 1993 davanti ai cassonetti della Coop a Copparo, incendiando i cassonetti con il più classico dei Magnum costringendo così l'allegra brigata redazionale alla fuga.

Insomma, la cena vegan ci ha fatto tornare giovani vandali dediti a condotte promiscue e gozzovigli, quale miglior modo di iniziar l'anno se non quello di tornare amabili puttanieri come quando c'erano Bettino e Cirino Pomicino ad animare le serate a MonteCicorio? Lunga vita alla Trattoria, ci torneremo sicuramente sotto elezioni.

domenica 21 dicembre 2008

De soprannome Daria se chiamava Lupa de Fiumeeeee





Le pizzerie da asporto sono peggio dei gruppi che ci sono nell'outta space (from plan 9) di myspace: una pletora di nomi altisonanti in cui la musica, fra rassegne stampa del tipo "nostra recensione su gufetto.it" (e sti cazzi, direbbe il noto critico musicale Cristian Nando Zingales Martellone), video live a Tavagnasco rock ripresi col videofonino della groupie 16enne (lo stesso dove poi ella diffonderà i suoi gesti alla Betty Extreme di Voghera e verrà ricattata dai membri del gruppo) è più fuffa che altro.Le pizze di molte pizzerie da asporto sono peggio degli mp3 scaricati alla cazzo e capita di perdersi nella mediocrità di questo web di ceciate e proposte pizzesche improbabili almeno quanto il flamenco metal di Emiliano Sicilia.

Ma quando ti vedi una pubblicità scarna ma con la 4a pagina che recita:

Quanado lo spirito torna alle sue radici e l'indole selvaggia racchiusa nel nostro essere ricomincia a impadronirsi dei nostri sensi eccolo...il lupo che c'è in noi riaffiora nella sua veste più conosciuta: quella primordiale. Lasciala andare e vedrai tutto con occhi diversi, quelli del lupo!
Corsivo
Ti rendi conto che non c'è rest for the wicked da quando La Tana Del Lupo di Via Ariosto 99 ha preso a far servizio d'asporto, non ve ne è più per nessuno.
Assieme ai nostri fidati collaboratori Maurizio Mosca, quella cagna di Daria Bignardi e Giampiero Mughini con la sua lettera 32 con cui scriveva le veline per Lotta Continua sempre appresso il vostro Ill Bill si è fatto quindi recapitare al suo domicilio coatto le seguenti pizze con cui poi abbiamo fatto il giro della morte (si tagliano le pizze in 4 spicchi e ce le si scambia abboffandosi come solo il nostro direttore sa fare):

-Alla norma: pomodoro, melanzane, mozzarella, pomodori al forno, ricotta stagionata, basilico fresco
-Terra del sole: pomodoro, bufala, scamorza,spianata, pomodori al forno
-Delicata: crema di asparagi, brie, mozzarella, zucchine e pomodorini secchi a listarelle
-Ai funghi di muschio: pomodoro, mozzarella, funghi di muschio, peperoncino e olive nere calabre

Il risultato è classico ma 2.0 come se i Lost Sounds di Black-Wave incontrassero gli Ardecore con Geoff Farina che smette di rompere i coglioni e quelli degli Zu fossero più simpatici.
Una pizza con ingrendienti classici ma attualizzati, retrò ma 2.0 come la versione nuova di Lupo De Fiume che incontra due peperini come Jay e Alicia. Una pizza che farebbe resuscitare Gabriella Ferri e tornare assieme Retard e la Trout.
Synth punk, pomodori secchi e la Madonna dell'Angeli assieme, in una pizza.
La redazione di Spadrillas ha dunque raggiunto un verdetto ufficiale:
Con la pizza della Tana Del Lupo in Via Ariosto 99 non si fotte.
Nemmeno con la Bignardi ubriaca a casa Spadrillas che si lamenta della poca prestanza fisica di Sofri e chiede a me, Mughini e Maurizio di fare una gang bang sciarada cambiando l'ingrediente "burrata" nella sua pizza mettendoci una consonante davanti.




martedì 16 dicembre 2008

Avere lo sbaffo di maionese ai lati della bocca non è poi tanto male

A Ferrara circola un antica leggenda metropolitana che dice più o meno così: “Da Orazio dove la pizza è uno strazio”. Ora, la pizza di Orazio sarà anche straziante e mi sa tanto che non la prenderei per nulla al mondo, però la tigella merita assai. Roba da massimo dei voti con lode, anche solo perché esci dal locale ebbro fino a scoppiare dopo che ti hanno rimpinzato con salumi, salse e formaggi di prima qualità da accompagnare alle sublimi tigelle sfornate calde e portate al tuo tavolo in quantità industriale.

Un locale rustico e senza grandi pretese, dove però ci vanno pure i vips (tanto per dire, quando Giuliano Ferrara venne a Ferrara a presentare la sua lista pro-life si fermò lì a cena, e fu allora che ebbe i primi sentori della catastrofe e decise di scegliere un approccio più low-profile sparendo dalla circolazione) e dove la gente esce contenta e per digerire se ne va a fare un giro al parchetto adiacente – suggestiva location per serate danzanti nonché sede estiva della Capanna del Blues, punto di ritrovo di vecchi ultras della Spal, discotecari del 1996 ora caduti in disgrazia ed altri poeti maledetti – ma questo è un altro discorso che forse approfondiremo in futuro.

Resta il fatto che per amore della scienza noi di Spadrillas (o meglio io ala liberal nonché carnivora) abbiamo provato le tigelle accompagnate da prosciutto crudo, prosciutto cotto, bresaola, crema di funghi, crema di radicchio, crema di granchio (che sulla carta non c'entra un cazzo ma che in realtà ci sta proprio bene), robiola alle erbe, formaggio caprino, squacquerone e – botta finale a mo' di dessert! - nutella. Esistono addirittura filmati della memorabile performance anarco-situazionista costituita dalla consumazione di tigelle con Nutella + leccata di dita + leccata di confezione ormai vuota di Nutella con la gente intorno incredula e disgustata, ma sempre per amore della scienza (e della decenza) non stiamo a pubblicarlo in questa sede, che poi il M.O.I.G.E. ci fa chiudere la baracca.

Da Orazio ci vai una volta all'anno, però poi quella volta la racconti in giro per il resto dell'anno perché mangi talmente bene che non vedi l'ora che torni il freddo di metà dicembre per andare un'altra volta a mangiare lì. Anche se quando torni a casa ed accendi la tv ti vedi Clemente Mastella e Willer Bordon che giocano rispettivamente a fare la vittima della malagiustizia e il coraggioso che è uscito dalla Casta perché si era rotto il cazzo di vedere gli altri giocare sporco, vale sempre la pena di fare un salto ad abbuffarsi alla faccia di tutte le Caste d'Italia.
C'è chi si lamenta del fatto che la classe politica italiana è la stessa da trent'anni pur essendo stato parte integrante della stessa per trent'anni e vuol far credere di essere stato per decenni portiere dell'Inter e vice di Zoff a Spagna '82, noi di Spadrillas invece scegliamo di non scegliere.
Scegliamo la fetta.
(voto 5 cucchiai e lode su 5)

sabato 13 dicembre 2008

Accendi un sogno per Maurizio

Maurizio Mosca ne ha combinata un'altra delle sue. Non contento dello scoop che ha fatto riguardo al concerto dei Faint di due settimane fa, ha deciso di ritirarsi per qualche ora di solitudine nello sgabuzzino dove vive sito in Largo Corsia dei Servi 3 a Milano ed, armato solo di una Olivetti Lettera 32, una Peroni gelata, un pentolone di pasta e fagioli ed un paio di albi Squalo d'epoca, ha vergato con prosa elegante ma decisa la prima recensione socio-musicale della sua prestigiosa carriera di giornalista-gonzo.
In pratica, ha deciso di abbruttirsi ed ha recensito Zucchero Filato Nero di Mauro Repetto, il capolavoro definitivo dell'indie italiano. Roba da piangere di gioia, che qui di seguito riportiamo affinché non vada perso nemmeno un briciolo dell'urgenza della scrittura del Maestro Mosca.



Il culto invisibile. Il vuoto a perdere. La meteora bionda. I’m a loser baby so why don’t you kill me. Il mio regno per una vagina. Mr. pussy power. Lacrime di coccodrillo e occhi bagnati di luce. Sparizione annunciazione. L’accensione. Il corpo fuori. Più hardcore di Alberto Camerini. Astro lucente della perdita di sé. Autismo situazionismo. Più fottuto di testa e “out there” di Juri Camisasca, più trash di Totò Cutugno. Un enigma tra Bugo e Pupo. Il Beck italiano, con un cuore pulsante al posto della robotica (il Kurt Cobain italiano, con il baratro al posto della bara). Il ridicolo come segno di incontrovertibile superiorità. Un uomo libero. Il vero, unico simbolo generazionale partorito dall’Italia dei ‘90, pronto a sacrificarsi in nome degli ‘80 per gli anni Zero. Uno che ovunque sia adesso, di sicuro sta alla grande. E’ il 1992 quando con l’album “Hanno ucciso l’uomo ragno” esplode la macchina 883. Teenage Rock con grooves, una comunicatività Pop violentemente diretta e testi che centrano l’immaginario medio della post-adolescenza italiana, tra diaristica metropolitana spicciola, sogni televisivi e una corposa innocenza piccolo borghese. Dalle onde di una sempre più ascendente Radio Deejay la voce di Max Pezzali, tagliente e grave, arriva al cuore di una nazione: è successo istantaneo. La televisione il passo successivo. E’ lì che il duo irrompe nella sua spiazzante flagranza. Il moro Pezzali canta con una schiettezza timida e una faciloneria di ragazzo adulto che conquista. Intorno a lui piroetta uno che apparentemente sembra il perfetto contraltare vacuo alla sua solidità, Mauro Repetto: l’altro, quello biondo con i capelli lunghi, coautore dei pezzi e sporadicamente seconda voce, uno come ne incontri tanti sulle Golf di quei primi ‘90 e che balla come deve ballare un figlio dei primi ‘90, con uno stile un po’ ravey che però è mixato a memorie della grande dance televisiva anni ‘80, da Truciolo alla Parisi. Il joker perfetto. Una sorta di Bez nostrano. Solo che guardando la sua scintillante ebetitudine (non) capisco che rispetto a Bez dentro ha tutto un mondo. Nel primo album Repetto canta da solo un unico pezzo, Te la tiri, con un’interpretazione di netto più traballante rispetto al subito autorevole Pezzali. Nel secondo “Nord Sud Ovest Est” del ‘93, non una sola canzone.
I due album, realizzati via Cecchetto, sono maturati, scritti e respirati dal talentuoso duo. Sull’innovazione Pop e i meriti linguistici di Pezzali sono state fatte tesi di laurea e si è parlato a lungo. Solo che c’è un pezzo che manca. La coscienza. Quella che inizia a covare, agitata dall’ambizione, dentro Mauro Repetto. Pezzali è vulcanico e il suo talento si espande irrefrenabile nel secondo album. I due fanno in tempo a scrivere la struggente Aeroplano per una ragazza che si chiama Caterina, e si dividono. O meglio, Repetto lascia e va negli Stati Uniti con un sogno folle, fare un film con una modella chiamata Brandi di cui si era innamorato e intitolarlo “Brandi’s smile”. Anni dopo Pezzali interpreterà così l’abbandono del partner: “Finchè scrivevamo canzoni in cantina andava tutto bene. Il problema secondo me iniziò con i concerti dal vivo, durante i quali io cantavo e lui no. Certo, Mauro ballava, ma faticava a trovare una sua dimensione sul palco. Credo che alla lunga sia stato questo non sentirsi a proprio agio in scena il vero problema”. Ma non era una questione di ego. Mauro aveva delle cose da dire. Cose che non riuscirà a raccontare nel film, che non riesce a realizzare, con tutte le porte americane a cui bussa che gli si chiudono davanti, tra le quali quella della Brandi che gli aveva fatto perdere la testa. Ma quel viaggio negli Stati Uniti non era stato inutile. Era stato anche un viaggio verso la fine dell’adolescenza e del suo post, uno sputnik lanciato verso la crisi, fantasmi della maturità tutt’intorno. Repetto prende la chitarra e si mette a nudo. Cecchetto avalla, e ne esce un disco. Scioccante, purissimo. Doloroso. Ridicolo. Di una bellezza che abbaglia. Di una trashitudine che spaventa. Un disco “basso” come nessun altro nella storia della canzone italiana. E “alto” come nessun altro. Senza baricentro. E dove il baricentro affiora, in qual magma psicoticamente funky, toglie il respiro. Registrato nei Power Station Studios newyorchesi, realizzato insieme a Jeffrey M. Alexander e St. Martin Bertrand, con Michele Chieppi alla chitarra acustica (i tre si spartiscono le musiche) e una vocalist eccellente come Francesca Touré, “Zucchero Filato Nero” esce nel 1995 e sarà l’ultimo segnale di vita riconosciuto di Mauro Repetto. Immaginate lo spettro di Syd Barrett che scompagina l’immaginario degli 883, in un suono che unisce hip hop primi ‘90 e sketches acustici lo-fi come un Beck maturo, tagliando il tutto con cascami FM ‘80, e avrete un’idea. Shakerando e allucindando la poetica fumettisca degli 883, in una dialettica fatta di fighe da sogno e fighe di legno, America e Italia, due di picche e televisioni, guasconismo e esistenzialismo, sogno e realtà, psicosi e ordinarietà, in questa cornice dove lo zucchero filato nero del titolo è il pelo femminile, incorniciato in copertina e leit motiv ossessivo del disco, in mezzo a tutto questo prende forma l’imprevisto. Un viaggio dove l’inesauribile fame di f**a fa pendant con il sogno di una famiglia, della donna della vita, di una figlia, di uno straccio di serenità, oscurato dalle nubi dell’instabilità mentale, scortate da una violenta serenità di fondo. My love prende di petto il problema: rime sciorinate con piglio rocky e venature rap, un’effervescente immediatezza melodica, l’interpretazione che declina verso una naturalezza claudicante. La title-track è già persa tra luci, “Stereo di mani su di te”, a metà tra taglio r’n’b americano e un ideale melodico immateriale. Con Baciami qui non si torna più indietro. E’ il singolo, di cui ai tempi c’è anche un video che fatica ad attecchire, con il rap demente di Repetto (che immagina i tragitti di una futura figlia) in un corpo a corpo con un desolato controcanto deepsoul tutto pad malinconici e Francesca Touré manovre. Nervoso rappa in una sorta di versione trash dell’appuntamento battistiano di Dio mio no. E Un grande sì è il momento della verità, quando si capisce che quello a cui si sta assistendo è veramente qualcosa di così abbandonato. “Giorni di ghiaccio e di cacca/mi sembra di essere una candela nel vento/e vorrei solo chiedere al cielo una donna/che ami me” sciorina spiritato l’uomo in una stanza acustica, con un piede che affonda nell’abisso. E l’abisso ha il nome di Brandi’s Smile, quando le emozioni balenano in un antro di morte. Con il titolo del film tanto sognato e mai realizzato, Brandi’s Smile, voce, archi sintetici e un sax sullo sfondo, pulsa maligna e blocca il respiro in gola. Repetto, con la voce precipita in un paradiso, insegue rassegnato, oltre il fallimento del suo film, il film del suo fallimento. Le immagini scorrono al rallentatore, e un clima di inesorabilità si impossessa della scena. E’ un momento di una purezza che fa male, un’oasi di candore brutalmente senza sovrastrutture. Musicalmente, qualcosa come un blues di plastica. “Ora volo giù nella mia nostalgia/Max era l’amico il successo l’allegria/ora atterro qui nella mia follia/Brandi’s smile… sono sempre mio papà e Claudio Cecchetto/che si preoccupano per me che io abbia perso il mio rispetto/mi dicono di non buttare via al vento troppi soldi/e di stare molto attento a New York a chi frequento”.
Come in tutto l’album, la narrazione sfiora il ridicolo ma è un ridicolo sublimato da una sorta di onestà visionaria (la voce di Repetto è allucinata e spiazzante, come fosse sempre in acido), da una bontà strutturale, e da un senso musicale che lascia a bocca aperta. La testa è in fiamme. Voglia di cosce e sigarette, Bugo un bel po’ di anni prima, è uno stomp kamikaze chitarra e voce, lo slancio suicida siglato da ululati, l’inseguimento dell’abbruttimento massimo, della ricompensa masochistica, voglia di sesso a LA: Voglia di cosce e di sigarette/più che mangiare respiro la gente/ste cameriere cerbiatte puttane/del loro volto inquadro le labbra/e dagli specchi il corpo dall’alto…vedo tre x e le scale in discesa/giù coreane che ballano in pista/non è il mio target riesco su in strada/buio e coriandoli di calze e tacchi/donne e stivali che battono il tempo/Michi il mio amico senza vino s’angoscia/come i giocattoli ci piacciono tutte£”. Un climax nevrotico. E’ a questo punto che sfila la seconda parte del disco. Due fumetti funky come Però dai sì, disegnato attorno a Francesca Touré (“Su va da lui Francè”), e Porno a Las Vegas, con la sarabanda di due di picche che si conclude con la Pay TV in hotel. Per poi aprire vertiginosamente ai tre capolavori finali. La sospesa bossa brasiliana di Nual. L’ultima convulsa, psicotica, scena di caccia di Ma mi caghi?, con sporchi hip-hop grooves accelerati, pompa urbana e la voce di Repetto mai così abbandonata e in fuga, inseguita da un sax in febbre free. E la conclusiva Fiori o formiche?, chitarra e voce, un quadretto di una purezza toccante che suona come un testamento perfetto, catturato nel cuore della vita, e sigilla un lavoro immacolato, non solo generazionale, che trascende quello status da culto trash che lo ha accompagnato in questi anni per spiegarsi semplicemente come uno dei più importanti dischi della storia della canzone italiana: “Dio sarà un mattino/boom di luce tra mare e sabbia/Dio è un bambino che sta giocando a Subbuteo/blu blu dammi la forza di guardare giù/blu blu dammi la forza di guardare giù/Dio sarà mia moglie e le sue calze e il suo reggiseno/Dio è una sbronza cazzo oggi se ho lavorato /stelle: fiori o formiche cosa siamo/stelle: fiori o formiche cosa siamo/Dio sarà un anello di mia figlia al suo matrimonio/Dio è quel momento che ho già visto in un’altra vita/blu blu dammi la forza di guardare giù/blu blu dammi la forza di guardare giù/Dio sarà una cena con mio padre e il bene che gli voglio/Dio è il profumo di mia sorella al primo dormo fuori/stelle: fiori o formiche cosa siamo/stelle: fiori o formiche cosa siamo”.
Subito dopo “Brandi’s Smile”, che è un flop totale, sembra che Mauro Repetto si sia trasferito a Parigi, dove è diventato responsabile marketing di Eurodisney. Residente a Mareuil Les Meaux, “vive d’arte e d’amore”: si è sposato con una designer e ha realizzato un cortometraggio intitolato “Point Mort”.
Questa è Storia.

domenica 19 ottobre 2008

Travolgente. Pericoloso. Un'onda d'urto.

Nonostante i potenti mezzi a disposizione, finora non eravamo riusciti a trovare traccia di The Cosmos Rocks, il nuovo imperdibile album dei Queen (che solo incidentalmente ora si chiamano Queen + Paul Rodgers, dal nome del nuovo cantante che ha sostituito il defunto Freddie Mercury), la mitica band inglese che ha infiammato milioni di persone e che ha finalmente deciso di uscire allo scoperto e rientrare sulle scene per riprendere il discorso dal punto esatto in cui il Fato lo aveva interrotto. Una grossa pecca per un quotidiano come il nostro, un quotidiano che si propone di fare del libertinaggio intellettuale e non prende posizione ma si posiziona (a novanta gradi, per l'esattezza). Ma alla fine abbiamo rimediato, eccome se abbiamo rimediato.
Siamo degli Antichi, come direbbe Ringo. Cercavamo nei negozi specializzati ma non trovavamo nulla, solo i vecchi dischi che ormai suonano più datati di quelli dei Jethro Tull. Cercavamo in rete ma trovavamo solo fakes o, peggio, film a luci rosse di bassissima qualità che non piacciono più nemmeno ai ragazzini in piena tempesta ormonale. Cercavamo nei supermercati ma trovavamo solo pacchi di pasta e copie del Corriere della Sera invendute. Sbagliavamo posto. È bastato mandare Mario Scaramella in edicola a comprare Sorrisi e Canzoni Tv e The Cosmos Rocks come per magia è saltato fuori. Semplicemente, non eravamo al corrente che il disco veniva venduto insieme al prestigioso settimanale di costume al modico prezzo di 15,90 euro, eravamo troppo snob anche solo per pensare una cosa del genere. Ma tutto è bene quel che finisce bene ed ora possiamo accontentare il Direttore e parlare di una delle sue band preferite di tutti i tempi (almeno dai tempi di Valle Giulia, direi).
Tanto per tagliare la testa al toro, The Cosmos Rocks è un capolavoro di quelli che verranno ricordati per sempre e tramandati ai posteri. I Queen hanno saputo aggiornarsi e rinnovarsi, hanno indurito la loro proposta musicale ma sono sempre gli stessi anche se ora suonano quasi come una band che ha cominciato per emulare i Motorhead ma poi è stata travolta dagli eventi ed è sopravvissuta miracolosamente fino ai giorni nostri. Un disco del genere mi fa quasi pentire di averli definiti in passato “gruppo di merda”, “il gruppo più tamarro della storia”,“band più sopravvalutata di sempre”, “Un chitarrista mediocre, che fa sempre lo stesso, medesimo, assolo, con in sovrappiù gli zoccoli e capelli improponibili. Un bassista che non si sente, e che, l'unica volta che riesce a fare qualcosa di buono, lo prende di peso da Good Times degli Chic (il giro di passo di Another One Bites The Dust è ai limiti del plagio). Un batterista che sa tenere un unico tempo, tanto da utilizzare praticamente lo stesso schema ritmico in ogni brano. E poi lui, Freddie Mercury.”. Chiedo umilmente scusa ai fan ed anche ai musicisti, sono io che non avevo capito la grandezza della band inglese, che con Paul Rodgers alla voce e Mario Borghezio al basso ora è ancora più grande, ed un'opera come The Cosmos Rocks sta tutta lì a dimostrarlo nella sua voglia di ricominciare. Dimmi perché piangi – di felicità – e perché non mangi – ora non mi va, e non ho nemmeno voglia di recensirla dunque copio alla grande ciò che trovo in giro perché, come ben insegna il Direttore, riciclare è meglio che curare. L'inizio (That Was Just Your Life, The End Of The Line e Broken, Beat & Scarred) è una ideale coda di It's a Kind of Magic suonata da una hard rock band, mentre The Day That Never Comes è la nuova Highway Star, non ci piove. Non contenti di ciò, i Queen provano a fare gli Slayer (più o meno era South Of Heaven) e realizzano il gioiello All Nightmare Long (ce la farà Brian May dal vivo? Per me no, però in caso di necessità si può sempre far suonare al posto suo qualcuno che sta nascosto dietro le quinte, tanto nessuno se ne accorgerà). Judas Kiss è il pezzo mai riuscito ai Testament, Mario Borghezio è artefice(?) in Cyanade mentre di un Brian May negli anni si è trasformato in una sorta di Hendrix del Metal (Unforgiven III). My Apocalypse come Damage Inc. ma non ha nemmeno senso raccontarla, le parole non bastano a descriverla nella sua furia distruttiva.
Un disco travolgente, pericoloso, un'onda d'urto saggiamente addomesticata dal produttore Nick Rubik, un Uomo che è stato in grado di dare una dimensione inedita al suono ormai superato della magnifica band inglese, rendendola grazie a questo qualcosa di nuovo, inedito. I fan di vecchia data storceranno il naso e non approveranno, i nuovi fan saranno entusiasti ed impazziranno – ma chi se ne importa? L'importante è che il Direttore abbia gradito talmente tanto il disco da decidere di mandarci in Inghilterra per intervistare la celeberrima band inglese.
Siamo già in partenza, a breve un report del viaggio e poi l'intervista.
Un altro grande colpo di Spadrillas in da mist è stato fatto.

giovedì 9 ottobre 2008

Koko Bware proudly presents: Rumore's Demokrazia, Ottobre 2008



Come affermato nella risoluzione strategica e straight edge apparsa non a caso nel millenaristico #200 considero il mio compito di profeta (inteso wikipedikamente come "colui che parla davanti", cioè pubblicamente, sia nel senso di parlare anticipatamente di qualcosa che deve ancora accadere) esaurito. Lo Stato generale di Rumore però è irremovibile come un Moloch (in questo caso nel senso rivelato dalla recensione dell’omonimo film di Sokurov scritta dal profeta Giona il Nazareno nella sua lettera ai turbocritici ganzi di Nocturno…e non a caso Moloch è anche un personaggio della graphic novel Watchmen e una macchina infernale in Metropolis: quindi tutto è riconducibile ai vaticini del profeta Giona ). Inamovibile quanto la presenza di Springsteen nelle copertine del Mucchio.

Ancora una volta allora: Che fare per trasformare la mia rivelazione teorica in prassi ganza? Anaforicamente ancora una volta il carteggio con quello che considero essere il mio alter-Engels (il correttore automatico di Word® insiste nello scrivere Enver: mi è toccato di correggere manualmente), ossia Jukka Aleksandrovič Ždanov Riverberi (il correttore di word ® insiste nel sostituire alla prima “e” la “i”: ritengo che questo sia un vaticinio shoegaze che annuncia il ritorno in studio dei My Bloody Valentine) mi ha indicato la linea retta da seguire.

Prima di passare alle recensioni dunque è un dovere morale innanzitutto chiedersi che fine abbia fatto Giuliano Ferrara dopo il tracollo della sua lista elettorale: quell’amabile Kareem Abdul Jabba (the pizza) Hutt de noantri mi manca. Non so più chi insultare e inoltre mi vengono a mancare nel pezzo 300 battute che non so come riempire.

E’ inoltre dovere morale riportare parte del mio carteggio con Ždanov Riverberi per educare i lettori alla prassi rendendoli edotti circa il finalismo intrinseco alle mie recensioni di questo mese.

Dopo il carteggio ho realizzato che è impossibile utilizzare una istituzione borghese come Rumore per gli scopi della demokrazia proletaria, perché nemmeno scrivendo su questo magazine posso dimenticare quale sono le mie reali condizioni d’esistenza. Quindi, up patriots della demokrazia to arms, smettetela di fare barricate in piazza per conto della borghesia che crea falsi miti di progresso.

Engels Reverberi mi ha illuminato il sendero scrivendo che la mia intenzione non deve essere quella di teorizzare sulla musica, ma di teorizzare attraverso la musica. Ne deriveranno quindi bizzarri pezzi scritti solo usando citazioni e recensioni cut-uppate da webzines di scarsissimo livello. Compito di questa rubrica deve essere l’annuncio della sovversione dello Status Quo (intesi come band) verso un magazine radicalmente nuovo, che non rigetti il carattere popolare a beneficio degli interessi individuali di un piccolo gruppo di eletti esteti. A conferma della teoria degli opposti estremismi il mio alter Engels cita Richard Wagner che nel 1848 proprio come Marx dichiarava che “…quest’ordine stabilito che divide i musicisti in potenti e in deboli, che dà agli uni tutti i diritti e non ne concede alcuno agli altri va distrutto”.

Questa separazione della musica e dei musicisti è l’alfa e l’omega della demokrazia, e l’ordine mitico su cui ogni redazione musicale si ammanta per conservare il potere è la divisione del lavoro che in questo magazine si traduce nel dare tutte le recensioni metal a Cerati e le ristampe della Trojan a Pomini. Demokrazia invece è una rubrica reductio ad unum di geometrica potenza che sovverte l’ordine unendo recensioni di seguaci dei Marlene Kuntz a wannabe Alborosie meets le Cocorosie. Altro che il down, questo è l’up totale che in quanto tale è rock da ogni botta un quintale: ciò che l’ordine redazionale dà come dogma perpetuo e necessario è una unità irreale, maschera della divisione in classi. Ma ciò che fa il potere astratto della redazione fa la sua non-libertà concreta.

Ed è per questo che l’organizzazione rivoluzionaria di Demokrazia deve essere critica unitaria di tutti i generi e di tutti gli altri collaboratori del magazine, Blatto escluso.

La conclusione pratica di questa teorizzazione è quindi l’auto-appropriazione effettiva, di tutti coloro che vengono recensiti su questa rubrica, della coerenza della sua critica e nella relazione fra questa e la prassi rivoluzionaria.

Demokrazia in quanto rubrica rivoluzionaria è nemica di ogni ideologia rivoluzionaria, e sa di esserlo: con le seguenti recensioni strategiche chiedo dunque ai recensiti, uomini senza qualità secondo le categorie redazional-borghesi, di costituirsi in classe per sè e iscrivere il proprio pensiero nella pratica chiedendogli molto di più di quello che la rivoluzione musicale borghese ha chiesto a Carlo Pastorious e ai dARI così come a Zingales e a Dargen D’Amico. Riconoscendo e nominando la vostra miseria vi porrete nell’alternativa di rifiutarla nella sua totalità.

Ciò detto: in quanto esponenti della classe post-hc (almeno così affermano loro nella loro biografia di 5 pagine A4 in cui tra l’altro mi fanno sapere che nel 2007 hanno vinto il premio della critica al “Vanilla Sky Contest” di Romagnano Sesia) chiamo all’armi finchè terranno il loro sangue in core i Violet (myspace.com/violetit). Ho tentato di trovare delle loro recensioni googolando, ma il massimo che ho ottenuto sono state delle recensioni di Andy Violet su debaser.it o di Paolo e Mary Chain (ho dovuto modificare il nome dell’artista onde evitare sventure alla mia persona). La traccia #6, che mixa jungle e i Finley mi basta per reclutarvi. Chiamata all’armi per la causa santa ska coi Lucy in the ska (myspace.com/lucyintheska06), che sono stati più arditi del IX Reggimento d'Assalto Paracadutisti Col Moschin: mi hanno scritto chiedendo il mio indirizzo e io, fiutando odor di ganja ma soprattutto di Giuliano “the king” Parma and the ballbreakers, prudentemente ho risposto: “mandatemi il cd solo se fate pezzi originali”. Al che loro hanno testualmente replicato: “Noi reputiamo l'originalità dei nostri pezzi una delle nostre principali caratteristiche. Le richiediamo un indirizzo a cui inviare il promo”. Che bisogno c’era, visto che vi ha già rensiti rockit.it? Arruolati. Al grido di Contro il sistema la critica ganza si scaglia, Morgan chi molla è il grido di battaglia chiamo all’armi i Mordana (myspace.com/mordanarockband), per perorare e perforare la causa del nuovo rock italiano. Con liriche quali Labile, sottile, differenza tra la tua e la mia via/ nata dall’arido vivere nella consuetudine/ umide labbra piene di sapori che/ disegnano la mia visione limite erotica/ altera l’equilibrio della mia chimica/ volatile l’orizzonte che non è che un altro limite come desistere dallo stringere un patto d’acciaio con loro? Li coopto senza nemmeno ascoltarli, tanto più che hanno ottenuto recensioni su gufetto.it, ephebia.it e saltinaria.it e partecipato a Roma Rock School Competition. Per quel che riguarda la classe “roba che potrebbe recensire solo Baroni” chiamo all’armi l’Ospedale dei suoni (ospedaledeisuoni.it) e il loro cd basato su improvvisazioni generiche comprensive di frequenze radio e alterazioni sonore ambientali. Nessuna recensione reperibile. Il lettore del mio laptop ha deciso di improvvisare pure lui visto che hanno avuto la geniale idea di attaccare sul cd un adesivo spesso quanto una braciola Probabilmente è questo il motivo per cui non li ha recensiti nessuno: il risultato sonoro ha fatto vedere i sorci verdi a Yamazaki Maso aka Masonna. Chiudo il reclutamento con gli Insideprocess (myspace.com/insideprocess), un nome da band metalcore più scatologico che escatologico: teschi aù gogo, ringraziamenti alle clothing companies invece che ai parenti, batteria triggerata…pura deutsche ideologie insomma (e infatti gruppi come questo e i film porno scatologici hanno terreno di coltura e conquista la Germania:chiedetevi il perché). Demokrazia in quanto rubrica rivoluzionaria nemica di ogni ideologia rivoluzionaria è certa che con loro la vittoria sarà nostra.

Uno sguardo al Sol dell’avvenire (il film di Gianfranco Pannone) prima di prender l’armi,

Voster Semper Voster

Er-P

spadrillasindamist.blogspot.com

domenica 28 settembre 2008

Il primo bacio sulla Duna

Chiariamoci subito una cosa: non ho mai mangiato così bene. Pietanze talmente clamorose che me le ricorderò per sempre mangiate in un posto sperduto, estremamente difficile da trovare. Talmente difficile da trovare che il potente navigatore satellitare messomi gentilmente a disposizione dal nostro collaboratore di redazione Pio Pompa non mi è stato di nessun aiuto e mi sono perso nelle vaste zone di campagna che caratterizzano la Ferrara rurale - che se vivesse negli Stati Uniti voterebbe sicuramente repubblicano.
Però ne è valsa la pena di rischiare di non tornare più indietro, perché il Ristorante Cavalier Uliva ha un non so che di prodigioso. Ambiente molto rustico, camerieri cortesi, rancio ottimo ed abbondante servito in pentole vintage da cui è doveroso servirsi liberamente. Ti siedi al tavolo ed in men che non si dica arrivano gli antipasti, ti abbuffi ma sei subito pronto a ricominciare. Io sono per una ricerca scientifica libera da qualsiasi vincolo religioso o politico e dunque ho sperimentato ben quattro primi piatti. Pappardelle al curry, gnocchetti di zucca, strozzapreti speck e radicchio e tortelli del Cavaliere, tutti piatti fatti in casa e tutti estremamente gustosi. Li chiamano assaggi di primi piatti ma mi hanno talmente riempito lo stomaco che me la sono vista brutta, e solo un sorbetto alla mela verde ha evitato eventuali complicazioni. Oltretutto ho speso pochissimo, e ciò è sempre cosa buona e giusta.
Sicuramente il Cavalier uliva si merita 5 cucchiai e lode su 5, e molto male ha fatto il Direttore a non accompagnarmi in questa ennesima grande impresa di Spadrillas in da mist, il blog della Ferrara bene nonché il blog che vuol bene a Ferrara, Giuliano per la precisione.
Ma il Direttore è un uomo impegnato, ed un po' lo capisco. Era alla presentazione in anteprima de Il primo bacio sulla Luna, nuovo galattico album di Cesarone Cremonini. Ovviamente il Direttore ha voluto fare la primadonna, ha girato un breve filmato dell'evento ed ha voluto tenere la copia del disco tutta per sé, ma io da buon ragazzo di campagna mi sono rivolto a Giuliano Tavaroli e al suo Tiger Team ed ho potuto ascoltare l'opera aggirando veti e divieti redazionali. Rischio il licenziamento ma Il primo bacio sulla luna è talmente bello che vale la pena di parlarne con enfasi e finto compiacimento, è una sorta di rivoluzione copernicana del pop italiano e deve avere massima pubblicità e diffusione. Tre anni di lavoro per un prodotto che solletica la sensibilità, finisce e vorresti che ricominciasse a girare da solo nel tuo lettore cd, tale è la quantità di esperienze, sogni, sofferenze che Cesarone ci ha buttato dentro. Testi di una profondità quasi imbarazzante (La ricetta per curare un uomo solo, Il pagliaccio, Chiusi in un miracolo), potere alla melodia più pura e genuina (Le sei e ventisei, Dicono di me, Cercando Camilla), maturità e consapevolezza (Figlio di un re, L'altra metà) per un uomo che si autodefinisce “curioso, entusiasta e un po' rompiballe”, che pensa che non tutti i giovani siano disattenti, superficiali ed impasticcati, che è per la “rivoluzione dolce” (sto ancora cercando di capire cosa voglia dire, ma fa lo stesso), che pensa più ad avere la fiducia di chi lo ascolta che a vendere dischi, ma che soprattutto si è messo a dieta per dimagrire quei venti chili che ha messo su nel corso degli anni. Il primo bacio sulla luna è il capolavoro di Cesare Cremonini, il Mick Jagger italiano, un ragazzo che da sbarbato agli autoscontri non ha preso abbastanza schiaffoni ed ora ce lo fa pesare, regalandoci grande musica e perle di saggezza.
A quarant'anni lui e Ballo saranno ancora in pista e ci regaleranno grandissime soddisfazioni, ne sono convinto. Come Gianni Morandi, come Celentano, come Jovanotti. Giuliano Ferrara invece è un grande direttore, è un bel direttore.

sabato 20 settembre 2008

Sii uomo e (summer) slamma: tag team match- Trattoria Il Sorpasso feat. Bill Laimbeer vs. Lu Salentu, la Salama da sugo, Beastie boys (triple threat!)





La Ferrara by night si è ufficialmente rotta del menù turistico capellacci e Salama da sugo e dei Beastie Boys, e ha deciso di risolvere la contesa da uomini con una magnata alla trattoria
Il Sorpasso nella sua nuova sede di Via Saraceno, poco distante dal cinema Mignon, ultimo baluardo del cinema agit-pop (oggi in programmazione un tag team di film tra cui "A qualcuno piace il culo", ingresso studenti universitari a 1 €, a breve una recensione wrestling Lester Gang Bangs congiunta), nel pieno della Ferrara che ci piace, quella da uomini veri.
La Trattoria il Sorpasso è il crossover che ci piace, come i Downset di Do we speak a dead language, come la Revelation dei tempi degli Iceburn (che non a caso hanno fatto uno split con Xabier l'unico intelligente degli Afterhours che se ne è andato infatti), degli Orange 9mm e dei Quicksand. I pregi della cucina ferrarese e della cucina mediterranea (siciliana in particolare) senza i difetti della cucina ferrarese media e della cucina fuorisedie media, praticamente come se a uno studente di Lettere e Filosofia nato nel Salento piacessero i Tarantula Hawk piuttosto che la Tarant(ul)a.
La crew del Sorpasso è capace di trasformare un aglio e olio in un piatto originale usando gli spaghetti alla chitarra fatti a mano e peperoni secchi siculi, stenderti con una (sulla carta) semplice crema di Pomodoro per andare al pinfall(non l'omonimo videogioco, queste citazioni le lascio alla Riotmaker) finale con un piledriver di ricotta e cioccolato di modica in scaglie.
Roba da 5 cucchiai su 5, con un rapporto qualità-prezzo che solo la Dischord dei tempi migliori può superare.
Il Sorpasso non ha bisogno di fare delle virate hardcore ogni tanto per recuperare credibilità, Il Sorpasso non è come i Beastie Boys che da Fight for your right to party e Girls passano a farsi pluggare in da Kathleen Hanna (che a sua volta da Smells like teen spirits e dalle Bikini Kill passa al DAMS e a Le Tigre) e a dissare quel tough guy di Bill Laimbeer e fare i concerti pro-Tibet, che se anche li hanno fatti 10 anni fa non è una buona scusa. Dovresti essere orgoglioso di quelle canzoni, come Edwige Fenech di film come Nude per l'assassino e del film con Giusva Fioravanti che una centra sinistra alla Beastie Boys che poi consegna il paese in mano a Mara Carfregna ha sempre dissato salvo poi fare marcia indietro (per evitare di consegnare il paese in mano e il ministero delle pari oppurtinità a Mara Carafregna, ma ottenendo il risultato contrario).
Sparillas In Da Mist invece di mettere nella scheda elettorale una fetta di prosciutto (con il ketchup e con lo strutto) si ritira sull'Aventino, con una scorta di dvd della Alan Young, la sua copia in vinile di Lincesed To Ill, la canotta #11 dei Detroit Pistons e esprimendo democraticamente la sua volontà vota per Bill e condanna la svolta moderata dei Beastie Boys. Così armati e con il catering del Sorpasso, cazzo ce ne frega se il paese è in mano alle destre?

giovedì 11 settembre 2008

BUFALE

Chi è Frankie Artusi? Io lo conosco, è un tipo a modo e soprattutto organizza falò in spiaggia niente male. Ma non è questo il punto, il punto è che cenare dai Fratelli La Bufala a Ferrara prima di andare ad un suo falò è una bella esperienza, ma soprattutto mangiare una enorme mozzarella di bufala con verdure assortite è pura cultura dello sballo. Ottimo antipasto prima di mangiare una succulenta pizza, costa 15 euro, pesa almeno 1600 grammi ed ha un volume pari a quello del ventre di Ciccio Valenti – ingiustamente censurato da Italia 1 e dunque martire del Pensiero Unico Berlusconiano, il ventre molle dell'Italia.
La tagli e scende il latte, ha una certa consistenza e riesce ad essere nello stesso istante morbida e solida, timida e rude, leggera e sostanziosa. È talmente buona che le faresti un buco al centro e la utilizzeresti come improbabile fonte di piacere sessuale. È enorme e fatichi a finirla, ma ne vale la pena anche solo per il fatto che poi hai le energie ad affrontare una lunga serata in spiaggia intorno ad un fuoco, con musica che parte legna e diventa reggae, con tutto ciò che ne consegue. Tu te ne vai per fare una puntatina al Barracuda ma poi non hai il coraggio di andarci veramente ed allora te ne torni a casa, ascoltando in loop Dig Your Own Hole dei Chemical Brothers mentre parli con i tuoi compagni di viaggio di quanto sia alla frutta l'Italia dal punto di vista socio-politico-culturale.
Ed allora Ciccio Valenti diventa veramente un simbolo, l'esatta personificazione di tutto ciò che l'Italia e gli italiani si trovano a dover subire (in taluni casi per loro consapevole scelta). Un uomo che lavora (e lo fa bene) che si vede chiudere il proprio programma perché infastidisce il manovratore ed alcune organizzazioni ad esso direttamente o indirettamente riconducibili. Puro dramma, una vicenda che ti fa piangere e pensare allo stesso momento, una vicenda che in momenti come questo potrebbe capitare a chiunque
Mangiamoci dunque sopra mozzarelle di bufala e non pensiamoci troppo. Pensare è pericoloso ed è uno spreco di energie. Che l'ignoranza trionfi ovunque.
(voto 4,5 cucchiai su 5)

giovedì 21 agosto 2008

COSTRETTI A SANGUINARE

883. Un gruppo importantissimo nella storia della canzone italiana, due ragazzi come tanti che però hanno saputo sparigliare le carte per il solo fatto di essere riusciti a parlare ai giovani con il linguaggio dei giovani, entrando di conseguenza nel cuore di milioni di italiani e cambiando per sempre la loro vita. Con i loro primi due, tre, forse quattro dischi hanno scritto pagine epocali, sono entrati nell'immaginario collettivo ed ancora oggi quando pensi agli anni '90 ti vengono in mente gli 883, Pezzali che canta e Repetto che scappa perché nessuno lo considera. Fino a qualche anno fa non era estate se non usciva un disco degli 883, tanto per dire quanto fosse importante la band pavese.
Si potrebbe definirli non a torto un gruppo generazionale, però anche loro bravi ragazzi della provincia italiana cresciuti a pane e Nutella hanno un aspetto sconosciuto ai più, qualcosa che a qualcuno fa male ricordare, una loro dark side of the spoon, un album diverso dal resto della loro discografia che proprio per questo è stato letteralmente ghettizzato dalla critica musicale di regime ed è stato praticamente disconosciuto dagli stessi autori. Quel disco si chiama Remix '94.
L'urlo di una generazione che si apprestava a perdere tutte le battaglie ben prima di combatterle. L'incontro scontro tra due culture diverse ed opposte. Pura ribellione punk, che quattordici anni dopo brucia ancora e brucerà per sempre. Il disco che Repetto avrebbe sempre voluto fare, l'ultimo disco prima che Repetto venisse ingurgitato da Max Pezzali, Remix '94 è sicuramente l'opera più sottovalutata degli 883, quella che nessuno si ricorda, quella che viene a torto considerata la loro opera minore. Eppure è un capolavoro. Con Remix ' 94 gli 883 (o chi per loro) hanno fatto la cosa più ovvia: hanno preso le megahit dei primi due dischi e le hanno affidate ai nomi più caldi dell'allora imperante movimento musicale eurodance. E quindi remix a cura di U.S.U.R.A., Molella, Datura. Fargetta, Bliss Team, vecchi brani che brillano di una luce nuova, diversa, più intensa ed emotivamente toccante. Sulla carta una bomba commerciale, Remix '94 è stato un flop clamoroso, talmente flop che è stato il loro unico disco a non arrivare in testa alla hit parade. Ed io non ho ancora capito il perché, visto che aveva (ed ancora oggi ha) tutte le carte in regola per essere definito un capolavoro.
Le prime canzoni degli 883 hanno sempre avuto una caratteristica: erano bellissime ma avevano arrangiamenti estremamente poveri. Sembravano quasi basi midi, le batterie sembravano registrate nell'oltretomba ed i suoni erano finti e molto scarni. Ancora oggi nei karaoke delle birrerie di provincia quando parte un brano degli 883 ti aspetti di vedere entrare da un momento all'altro Max Pezzali e, perché no, Mauro Repetto proprio perché i brani degli 883 sono gli unici ad avere la base praticamente uguale all'originale. Ma con Remix '94 gli 883 sono riusciti anche ad ovviare anche a questo piccolo, grande inconveniente.
Infatti, veri e propri anthems come Sei un mito, Non ci spezziamo, Weekend, Rotta x casa di dio, Nella notte grazie alla nuova veste sonora trasfigurano in qualcosa di altro, di così uguale eppure così diverso, si trasformano in figure di una forza sovrumana, figure che non riesci a muovere, figure che non vorresti muovere e nemmeno ci provi, tale è la tempesta di sentimenti contrastanti che sono in grado di scatenare. Li ascolti e torni indietro nel tempo, ad un'epoca diversa, più umana più vera, in cui ti pareva di avere il mondo in mano anche se eri in sella ad un motorino sgangherato ed osavi caricare un amico in barba al divieto di portare passeggeri su di un 50cc. Oggi è possibile trasportare un passeggero e comunque i ragazzini sono più temerari, ma allora era fortemente trasgressivo anche solo ascoltare il walkman mentre viaggiavi in scooter o tentare il cosiddetto fughino qualora la Municipale ti avesse colto in fallo. I tempi sono cambiati, allora c'era chi si vergognava a dire che ascoltava gli 883, oggi che sono passati ben 14 anni si recupera un disco come Remix '94 e se ne riconoscono finalmente l'enorme valore e l'enorme portata socio-culturale.
Ed a questo punto qualcuno prelevi con la forza Repetto da Eurodisney e Pezzali dalla Festa Democratica di Firenze, li costringa a sanguinare copiosamente, li imbottisca di sostanze non propriamente lecite e li obblighi a fare di nuovo un disco insieme come ai bei tempi, ovviamente prodotto da gente di un certo livello come Gabry Ponte o Mario Più. Non potrebbe che venirne fuori qualcosa di sensazionale.

giovedì 7 agosto 2008

BENVENUTI A RADIO SUONO ENERGIA



La pizza della Pizzeria Caveja di Marina di Ravenna è davvero la pizza che non ti aspetti. Un sabato sera ad orario di punta arrivi in questa strana pizzeria sul lungomare e scopri che è piena di strani personaggi, tanto che ti sembra di essere davvero in quegli infuocati trenta secondi che concludono Worm of the Senses/Faculties of the Skull, traccia numero uno di The Shape of Punk to Come, l'immortale capolavoro dei Refused – disco che ancora oggi sanguina nonostante siano trascorsi più di dieci anni dalla sua uscita. Partono interferenze, scariche, onde radio lontane, echi di The Rhythm is Magic di Marie Claire D'Ubaldo provenienti da chissà dove, e poi come un fulmine a ciel sereno arriva la voce di un vocalist da discoteca di serie Z che in italiano annuncia un fantomatico hardcore-techno megamix della famosa band svedese di house Refused. Il martellone parte subito dopo ed è il delirio, è la calanza. E tutto questo perché la Caveja è vicina al Bagno Zanzibar, teatro ogni weekend di epici scontri tra neuroni, chimica e musica house, con tutto ciò che ne consegue a livello socio-culturale.

La pizza però è davvero buona. La devi mangiare nel cartone, all'aperto, seduto in terra o su una panchina con altra gente seduta sulla tua schiena, però ne vale la pena. Per amore della scienza noi della redazione di Spadrillas in da mist l'abbiamo provata in due versioni (parmigiana ed ortolana) ed è stata una grande esperienza, di quelle che lasciano il segno: farcitura abbondante, pomodoro che imbratta magliette e tutto il resto, cottura perfetta, qualità prezzo e cortesia, velocità nel servizio e temperatura da fonderia alla cassa fanno di questo esercizio commerciale una tappa obbligata per chi deve andare alla ricerca del divertimento a tutti i costi, ma anche per chi deve svolgere il proprio duro compito di inviato sul campo.

L'unica nota stonata è che nella pizza ortolana c'era un sacco di cipolla, classico ingrediente che in determinate circostanze ti dà quel tocco in più, quel tocco di classe rappresentato dall'alito delle occasioni importanti, l'Alitosi Nazionale (A.N.). Forse ma forse è stato proprio questo il motivo per cui Pernazza e Zonda non hanno voluto concederci un'intervista, fuggendo a gambe levate alle nostre prime domande. Peccato, sarà per un'altra occasione. In futuro staremo più attenti a ciò che mangeremo, anche se alla Caveja potrebbero avvertire che nella ortolana c'è la cipolla, sennò poi sembra che la gente ci voglia boicottare e noi ci stiamo male.

(voto 4 cucchiai su 5)

(Ill Bill Laimbeer is his name and the boys it’s comin straight outta Caveja)

Ero già stato alla Caveja l’anno scorso, ma quella volta commisi l’errore di comprare dal lato friggitoria, che vende a peso. Oltre alla fila biblica (e anche byblos) il risultato quella volta fu di pagare 4 € per una porzione di patatine sì impeccabili ma pur sempre a 4 €. Il lato pizza invece nonostante la poca varietà di scelta si è contraddistinto per la rapidità e il prezzo tutto sommato contenuto, 8 € per una ortolana cotta nel forno a legna, verdure abbondanti e mozzarella da veri uomini, non scarti di produzioni. Considerato che la Caveja si trova a un centinaio di metri dal Bagno 72 aka Hana-bi Spadrillas in da mist la consiglia a tutti i vip della scena, quelli che la muovono e che la agitano, che si conoscono tutti anche se non si sono mai visti.

Tra l’altro alla Caveja in attesa della pizza c’erano anche uno o due dei The Calorifer is very hot, gente che avendo cancellato il loro profilo myspace non fanno più parte della scena, infatti hanno servito prima me e il mio socio, perché la scena siamo noi.

(Voto hotness/coolness: pizzeria molto speciale aka PMS)

(A.S)

Pizzeria Caveja comunque promossa, come sono stati promossi gli Ex-Otago che avevano suonato poco prima all'Hana Bi. Concerto ad orario bagno in mare delle sei e mezza, caldo torrido, Mitch Buchannon, el viento radioactivo despeina los cabellos ma grandi emozioni e grande esibizione. I mammasantissima della Scena Indie Nazionale (S.I.N.) li criticano aggrappandosi ad una loro presunta pochezza dal punto di vista tecnico, però poi si strappano i capelli per i Klaxons che dal vivo non sanno suonare i loro pezzi o per i Ministri che hanno avuto di recente l'onore di uno speciale su Panorama in cui sono stati definiti “la band più cool della scena rock italiana”, ed allora ti rendi conto che c'è qualcosa che non va. Ma dei mammasantissima e degli snob io me ne frego (non in quel senso però) e gli Ex-Otago me li sono gustati, cantati, ballati, vissuti dall'inizio alla fine. E mi sono pure divertito un sacco.

È superfluo dire che quando hanno eseguito The Rhythm of the Night invece mi sono commosso.

(Ill Bill)

Io oltre un dissing di Pernazza contro la pelata di Arturo Compagnoni durante il suo freestyle non ho molto da segnalare, ero troppo impegnato ad evitare le Ill Bill cazzo di fans che mi importunavano quando invece mi sembrava chiaro che gli Ex-Otago a me piacciono in quanto gruppo a favore della brotherood, quella per soli uomini tipo i Brotherhood, di cui Pernazza è un fan.

Durante il concerto volevo prendere la bandiera della birra Corona e mettermela addosso a mò di pareo, poi mi sono reso conto di non aver superato la prova costume quindi ho rinunciato all’idea. I 3 free drink lasciatemi dagli Ex Otago non mi hanno certo aiutato: certo, hanno messo in chiaro le gerarchie ma le 3 schweppes lemon alla spina mi hanno fatto assumere le sembianze di un pallone aerostatico: il mio stomaco in questo senso mi ha fatto capire che la scena è lui, lui che la agita. Come Anthony and the Magic Johnson disse a Spadaccina d’altronde some stomaci are bigger than others.

sabato 2 agosto 2008

La gente fa bla-bla, io faccio bang-bang

Colore chiaro, gusto pulito. Frutta vera niente additivi chimici, chimica & alchimia perfetta tra frutta e ghiaccio, anima e ghiaccio. Gusti assortiti ma due in particolare che spaccano, la sottile leggerezza di scegliere il meglio.
La granita siciliana della gelateria La Cadorina è un must per ogni giovane ribelle ferrarese che si rispetti. Disponibile in gusti diversi ed assortiti a seconda del periodo in cui la si consuma, è fatta di vera frutta frullata, veri semi di frutta frullata, vero chiaccio, vero zucchero ed un vero bicchiere (di vetro nella versione da tavolo o di plastica nella versione da passeggio). Testata nella versione bicolor anguria e melone perché abbondare è meglio che non saper decidere, è assolutamente la più buona granita siciliana che si possa consumare in territorio estense (ma probabilmente anche in tutta la Padania Campione del Mondo, lo dice anche Raidue). Prezzo economico, ottimo e veloce servizio, agilità nella conta dei resti e nella consegna fanno di questa tipica pietanza ferrarese un vero e proprio feticcio di cui è doveroso abusare – che tanto poi se si fa indigestione si sta a casa dal lavoro o si marina la scuola.
Il chiosco in cui viene servita questa prelibatezza è posizionato in pieno centro cittadino, in giardinetti che sembrano un angolo di Mosca (nel senso della città, non nel senso di Maurizio, uno dei più grandi giornalisti viventi), il che conferisce un tocco ancor più suggestivo e vitale al tutto. È facilmente raggiungibile con ogni mezzo e rappresenta una valida alternativa allo strapotere della Gelateria Isola, dove tutti i ferraresi medi si recano ad abbuffarsi di mastodontiche coppe gelato dal contenuto calorico da censura. Ferrara è così, la gente va dove vanno tutti gli altri, la massa segue la massa e nessuno si distingue, ma soprattutto nessuno pensa alla salute. Ma questo è un altro discorso buono solo per i lettori di Blow Up, un discorso che per evitare querele mi vedo costretto ad interrompere. La Scena non accetterebbe.
(voto: 5 cucchiai su 5)

giovedì 31 luglio 2008

Una tribù che balla

Deejay Time. Si è detto tutto e il contrario di tutto sull'inaspettato ritorno di quel fantastico universo che ha animato i pomeriggi adolescenziali negli anni novanta, un universo di cui in tanti sentivamo la mancanza. Albertino con umiltà e dedizione alla causa commoventi ha risposto “Obbedisco!”, si è rimboccato le maniche e si è gettato nella mischia, ottenendo risultati egregi fin dalle primissime battute. Senza dubbio è davvero un grandissimo uomo, ma quello che nessuno dice è che Albertino già da parecchio tempo stava preparando il terreno a quella che si presenta sicuramente come la reunion definitiva dell'anno 2008.
Il buon Alba, da grande artista quale è, aveva infatti già capito l'aria che tirava e stava lavorando al grande evento almeno dai tempi in cui è tornato sul luogo del delitto dando alle stampe la mastodontica Deejay Parade Collection, un super cofanetto in cinque cd che raccoglie tutti quei 75 brani che negli anni sono stati al numero uno della classifica del Deejay Time e li proietta da qui all'eternità. Un'idea geniale, che vorrei aver avuto io.
La Deejay Parade Collection è una compilation che è gioia allo stato puro, una miscellanea che contiene tutto ciò che serve per essere un piccolo principe: il punk (Yerba del Diablo dei Datura), il metal (Satisfaction di Benny Benassi), l'emo (Crying at The Discotheque degli Alcazar, Passion dei Netzwerk, Lady dei Modjo, Angel di Jam&Spoon, Gypsy Woman di Crystal Waters, addirittura L'Amour Toujours di Gigi D'Agostino), il funk (Professional Widow di Tori Amos riveduta e corretta da Armand Van Helden), la ribellione più umana più vera (L'aiuola di Gianluca Grignani in versione remix), sangue (Hyper Hyper di Scooter, Barbie Girl degli Aqua), lacrime (Please Don't Go di Double You), e sudore (Tubthumbing dei Chumbawamba, The Rhythm of the Night di Corona), sperma (Short Dick Man di 20 Fingers). Non manca proprio nulla, è una compilation completa ed esaustiva sotto ogni punto di vista. Peccato solo che sia in vendita su Mediashopping e dunque ufficialmente esista solo nella mia mente. Ma si può sempre lavorare per renderla reale - bastano solo tempo libero, sprezzo del pericolo, una buona connessione web ed il gioco è fatto.
Questa non è roba per m2o, qui si va oltre. Musica per il corpo e per la mente, la definitiva possibilità di riscatto e redenzione per un genere musicale (la dance) che i detrattori considerano spazzatura ma che è anche l'unico in grado di far sognare ancora la gente, intere generazioni alle quali finalmente viene data la possibilità di rivedersi allo specchio e pensare a quanto tempo è passato dall'ultima volta che. Commovente.
E comunque poche storie: Blue degli Eiffel 65 è la canzone italiana più bella degli ultimi dieci anni.

domenica 20 luglio 2008

DEDICATO A TUTTI GLI AMANTI DELLA COMMEDIA SEXY ALL'ITALIANA

Leone di Lernia è uno dei maggiori esponenti della controcultura italiana. Da orma dieci anni intrattiene, direttamente dal balcone dello Zoo di 105, la meglio gioventù italica a suon di rutti, flatulenze, improperi, scherzacci telefonici ed altri sfoggi di grandeur assortiti. Un autentico maestro di vita per centinaia di migliaia di persone, un uomo di gran classe che tutto il mondo ci invidia e che oltretutto non è soltanto un fine intellettuale, ma è anche un grande cantante. Un cantante di protesta, per l'esattezza. Contro il sistema a prescindere, qualunque sia il colore e la natura dello stesso.
Leone d'oro - Il peggio di Leone di Lernia è una raccolta di cover parodistiche di superclassici dance più o meno risalenti ai tardi ottanta/prima metà anni novanta, brani che sono autentiche gemme che negli anni il leggendario Leone ha pensato di dare in pasto al proprio affezionato pubblico. Roba pericolosa, dunque, ma soprattutto roba con la quale è molto facile far brutta figura se non si è avvezzi ad un certo tipo di discorso, però il sempreverde Leone sa il fatto suo e vince la sfida, perché Leone vince sempre. Per la precisione, Leone vince a prescindere perché è un uomo per tutte le stagioni, un uomo dotato dell'arroganza e della sicurezza nei propri mezzi che solo i Grandi possono avere.
È infatti un rutilante Leone di Lernia quello che per circa cinquanta minuti declama le proprie delicatissime poesie su basi che non sono altro che dei maestosi tarocchi delle quelle utilizzate nei brani originali. I diritti d'autore si pagano salati e dunque bisogna arrangiarsi, ma l'immenso Leone vince senza sforzo apparente anche questa sfida. Leone d'oro è un disco che più che un disco è una vera prova di forza, nel senso che fatichi ad arrivare alla fine ma se ci riesci la piena e totale soddisfazione è assicurata. Che chi dice che è tutto troppo trash, io dico che capolavori come (pesco a caso dalla tracklist del disco, tanto il livello è sempre altissimo) Ti si mangiate la banana, Chill ca soffr, Magnando e Lalalì lalalà - Pesce fritto e baccalà per capacità formativa e potenziale educativo dovrebbero essere insegnati ai bambini fin dalla prima elementare (ma coi tempi che corrono mi aspetto che prima o poi una cosa del genere venga fatta sul serio).
Sulla base di tutto questo oserei dire che Leone di Lernia è il Lester Bangs italiano. Ma non lo dico, perché non voglio rischiare una querela da parte degli editori di 105, ma soprattutto da parte di Ringo, il vero deus ex-machina dell'emittente milanese nonché esponente di punta della corrente conservative punk italiana. Il pericolo è il mio mestiere, ma quando è troppo è troppo. Mi limito a dire solo che è un grande intellettuale che con poche frasi profonde messe insieme senza un apparente senso logico riesce sempre ad insegnare tanto al resto dell'umanità. Campione del Mondo.

domenica 6 luglio 2008

HAI PIÙ PENSATO A QUEL PROGETTO DI ESPORTARE LA PIADINA ROMAGNOLA?

Passi il fatto che sabato scorso era la Notte Rosa della Riviera, passi il fatto che sono partito fuori tempo massimo rimanendo imbottigliato nel traffico ed impiegando un paio d'ore per arrivare a Marina di Ravenna, passi il fatto che ero a stomaco vuoto ed avevo una fame da lupo, ma la piadina della Piadineria Nadia è proprio buona. Basso prezzo ed ottima cottura, impasto fatto a mano morbido al punto giusto, qualità degli ingredienti ed abbondanza nella farcitura sono i punti di forza di questa autentica prelibatezza - che per placare l'appetito ho addirittura osato testare in due differenti versioni (prosciutto cotto, crema di funghi e mozzarella – prosciutto crudo, squacquerone e rucola). Mai fare senza. Una pietanza che meriterebbe il massimo dei voti ma non lo ottiene solamente perché il gazebo nella quale veniva venduta al pubblico era affollatissimo di gente sfinita (con tutto ciò che ne consegue) ed una zanzara ha osato posarsi su una delle due piadine da me acquistate, guastando (anche se solo temporaneamente, visto che è stata prontamente rimossa) il sacro piacere della degustazione. Semplice sfortuna, colpo basso oppure probabile complotto delle Toghe Rosse? Ai posteri l'ardua sentenza, ma intanto competizione con Edoardo Raspelli per darti fastidio. (Voto: 4,5 cucchiai su 5 )

E che dire della festa anni novanta all'Hana-Bi che si è tenuta la sera stessa? Marina di Ravenna pullulava di bancarelle nelle quali fare acquisti ed io sono arrivato molto tardi all'appuntamento, ma appena sono entrato il dj ha calato l'asso ed è partita un'accoppiata da urlo: Smack My Bitch Up dei Prodigy + Out of Control dei Chemical Brothers, ed è stato subito delirio in pista. Un chiaro segno del destino, i prodromi di una grande serata caratterizzata da un set talmente discontinuo da risultare irresistibile (se non addirittura commovente). Si è passati da Maryliano Mansoni ai Nofx, dai Deftones ai Verdena, dai La's ai Pearl Jam, dai Pantera agli Offspring. Tutto senza soluzione di continuità, come se fosse una cosa normale, come se fossimo davvero ancora negli anni novanta ed io avessi ancora la cresta ma non le borchie. Il top lo si è raggiunto quando è partita Stand By Me nella superba versione regalataci dai Pennywise, seguita a ruota da una clamorosa All That She Wants degli Ace of Base. Due mondi una volta acerrimi nemici che si incontrano per il bene comune (ma soprattutto per il mio bene), ed io che ho le lacrime agli occhi e canto a squarciagola perché si è simbolicamente chiuso un ciclo cominciato ben dodici anni fa, quando ancora sbarbatello entrai in un disco-bar di Lido di Spina e gli schermi televisivi stavano trasmettendo il video di Isms dei Dog Eat Dog, ma l'audio era quello di una megahit di Alexia (una qualsiasi, tanto i pezzi dance di Alexia erano tutti uguali ed intercambiabili – e tutti bellissimi nella loro ingenuità). Un momento emotivamente devastante, un momento di gloria, un momento che conto di vivere ancora in occasione della prossima festa anni novanta - ce ne sarà un'altra prima o poi? Io lo spero molto vivamente, e magari spero che venga programmata molta più musica da autoscontri, l'unica, vera e compiuta forma di punk-rock che gli anni novanta abbiano mai prodotto e vissuto. E dunque, a costo di ripetermi: ai poser l'ardua sentenza, ma intanto competizione con Mario Fargetta per mettere musica che infastidisca le ragazze più indie.