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sabato 10 gennaio 2009

Quando sniffavamo

In principio fu questo. Il principio della fine, la conclusione di un sogno di cambiamento & rivoluzione contro l’ordine precostituito delle cose, contro lo stato borghese, contro i falsi miti e la cultura reazionaria che fino ad allora aveva imperato in Italia.

Paolo Liguori, Giampiero Mughini, Adriano Sofri, Giovanni Lindo Ferretti.
Quattro ragazzi che credevano di cambiare il mondo, o almeno così raccontavano, quattro italiani col rock nella pelle che poi sono stati travolti dagli eventi e sono finiti su un palco di Sanremo a farsi intervistare da Pippo Baudo, il nemico che hanno combattuto per una vita in quanto simbolo di un certo modo nazional-popolare di intendere la cultura, un modello talmente vincente che dopo un lungo peregrinare ha finito per fagocitarli durante uno dei suoi più alti momenti auto-celebrativi. O forse un ritorno dei figlioli alla casa del padre, dopo il periodo “scapestrato”, perché non ci si crede che chi per anni ha professato un modo di vivere e pensare, possa poi sconfessarlo con un solo colpo di spugna (vedasi la premiata coppia Ferretti - Ferrara) davanti al sancta sanctorum che avevano sino a quel momento avversato.

RIPENSAMENTI - Però quella volta Liguori e Mughini non c’erano. Ufficialmente erano indisposti, sostituti rispettivamente da un passante pel di carota e da un cartonato recante le sembianze del Mughini stesso. Ma sotto c’era dell’altro, e tutti sapevano. Però nessuno parlava perché erano storie scomode, proibite, vietatissime. C’era chi diceva che non fossero ancora convinti che il vento era cambiato e chi diceva che avessero semplicemente deciso di non essere un ingranaggio della macchina per stampare denaro fresco, ma era tutto un depistaggio. Tanto è vero che a quella macchina hanno aderito talmente da farne parte ancora oggi. Ma siamo nati nel paese delle mezze verità e dunque come al solito la verità era un’altra.

ALMENO UNA COSA CHE SI SA - Il mistero di Sanremo era tutt’altro rispetto a un rigetto dovuto all’etica. Decisamente tutt’altro. Quella volta infatti Liguori e Mughini erano troppo fatti per salire su un palco. Tutti i maggiori esponenti di Lotta Continua avevano il vizio nasale e quella fu l’apoteosi. E proprio da tutto questo e da molto altro trae linfa vitale il documentario-shock Ho sniffato un milione di euro, opera nel quale Paolo Liguori decide di raccontare tutto dopo essere stato invitato in Colombia a toccare con mano il sordido mondo che gravita intorno a ciò che alimenta il suo (ormai superato) vizio nasale.


CAMBIARE IDEA - “Terrificante“, ha detto Paolo, “e pensare che una volta mi vantavo di spendere un milione di euro ogni anno”. Un signor documentario, un gigantesco spottone pro-Uribe, un microcosmo nel quale spicca la figura drammatica di Liguori, uomo che ha avuto il coraggio di cambiare e di raccontarsi per sconfiggere i propri demoni personali, persona normale che ha vizi e virtù come tutti noi ma che ha la capacità di trovarsi sempre al posto giusto al momento giusto. Sta male, soffre per emergere, soffre perché vede gli altri che se la tirano specchiandosi su di un elegante tavolino in vetro ma poi, come ogni buon ex Lotta Continua che si rispetti, riesce di nuovo a trovar modo di dire la sua su tutto lo scibile umano senza che nessuno abbia nulla da ridire. Senza che nessuno sospetti minimamente che Lotta Continua è stata solo un ascensore per il successo, un mezzo che serviva come mera copertura per altri fini molto diversi da quelli che venivano propagandati. Gente che voleva servire il popolo ed in un certo senso lo serve ancora, però stando dietro ad una scrivania di un giornale borghese o ad uno schermo televisivo - sempre e comunque in una posizione che garantisca la massima visibilità e la massima possibilità di soddisfare le proprie vanità personali.

giovedì 9 ottobre 2008

Koko Bware proudly presents: Rumore's Demokrazia, Ottobre 2008



Come affermato nella risoluzione strategica e straight edge apparsa non a caso nel millenaristico #200 considero il mio compito di profeta (inteso wikipedikamente come "colui che parla davanti", cioè pubblicamente, sia nel senso di parlare anticipatamente di qualcosa che deve ancora accadere) esaurito. Lo Stato generale di Rumore però è irremovibile come un Moloch (in questo caso nel senso rivelato dalla recensione dell’omonimo film di Sokurov scritta dal profeta Giona il Nazareno nella sua lettera ai turbocritici ganzi di Nocturno…e non a caso Moloch è anche un personaggio della graphic novel Watchmen e una macchina infernale in Metropolis: quindi tutto è riconducibile ai vaticini del profeta Giona ). Inamovibile quanto la presenza di Springsteen nelle copertine del Mucchio.

Ancora una volta allora: Che fare per trasformare la mia rivelazione teorica in prassi ganza? Anaforicamente ancora una volta il carteggio con quello che considero essere il mio alter-Engels (il correttore automatico di Word® insiste nello scrivere Enver: mi è toccato di correggere manualmente), ossia Jukka Aleksandrovič Ždanov Riverberi (il correttore di word ® insiste nel sostituire alla prima “e” la “i”: ritengo che questo sia un vaticinio shoegaze che annuncia il ritorno in studio dei My Bloody Valentine) mi ha indicato la linea retta da seguire.

Prima di passare alle recensioni dunque è un dovere morale innanzitutto chiedersi che fine abbia fatto Giuliano Ferrara dopo il tracollo della sua lista elettorale: quell’amabile Kareem Abdul Jabba (the pizza) Hutt de noantri mi manca. Non so più chi insultare e inoltre mi vengono a mancare nel pezzo 300 battute che non so come riempire.

E’ inoltre dovere morale riportare parte del mio carteggio con Ždanov Riverberi per educare i lettori alla prassi rendendoli edotti circa il finalismo intrinseco alle mie recensioni di questo mese.

Dopo il carteggio ho realizzato che è impossibile utilizzare una istituzione borghese come Rumore per gli scopi della demokrazia proletaria, perché nemmeno scrivendo su questo magazine posso dimenticare quale sono le mie reali condizioni d’esistenza. Quindi, up patriots della demokrazia to arms, smettetela di fare barricate in piazza per conto della borghesia che crea falsi miti di progresso.

Engels Reverberi mi ha illuminato il sendero scrivendo che la mia intenzione non deve essere quella di teorizzare sulla musica, ma di teorizzare attraverso la musica. Ne deriveranno quindi bizzarri pezzi scritti solo usando citazioni e recensioni cut-uppate da webzines di scarsissimo livello. Compito di questa rubrica deve essere l’annuncio della sovversione dello Status Quo (intesi come band) verso un magazine radicalmente nuovo, che non rigetti il carattere popolare a beneficio degli interessi individuali di un piccolo gruppo di eletti esteti. A conferma della teoria degli opposti estremismi il mio alter Engels cita Richard Wagner che nel 1848 proprio come Marx dichiarava che “…quest’ordine stabilito che divide i musicisti in potenti e in deboli, che dà agli uni tutti i diritti e non ne concede alcuno agli altri va distrutto”.

Questa separazione della musica e dei musicisti è l’alfa e l’omega della demokrazia, e l’ordine mitico su cui ogni redazione musicale si ammanta per conservare il potere è la divisione del lavoro che in questo magazine si traduce nel dare tutte le recensioni metal a Cerati e le ristampe della Trojan a Pomini. Demokrazia invece è una rubrica reductio ad unum di geometrica potenza che sovverte l’ordine unendo recensioni di seguaci dei Marlene Kuntz a wannabe Alborosie meets le Cocorosie. Altro che il down, questo è l’up totale che in quanto tale è rock da ogni botta un quintale: ciò che l’ordine redazionale dà come dogma perpetuo e necessario è una unità irreale, maschera della divisione in classi. Ma ciò che fa il potere astratto della redazione fa la sua non-libertà concreta.

Ed è per questo che l’organizzazione rivoluzionaria di Demokrazia deve essere critica unitaria di tutti i generi e di tutti gli altri collaboratori del magazine, Blatto escluso.

La conclusione pratica di questa teorizzazione è quindi l’auto-appropriazione effettiva, di tutti coloro che vengono recensiti su questa rubrica, della coerenza della sua critica e nella relazione fra questa e la prassi rivoluzionaria.

Demokrazia in quanto rubrica rivoluzionaria è nemica di ogni ideologia rivoluzionaria, e sa di esserlo: con le seguenti recensioni strategiche chiedo dunque ai recensiti, uomini senza qualità secondo le categorie redazional-borghesi, di costituirsi in classe per sè e iscrivere il proprio pensiero nella pratica chiedendogli molto di più di quello che la rivoluzione musicale borghese ha chiesto a Carlo Pastorious e ai dARI così come a Zingales e a Dargen D’Amico. Riconoscendo e nominando la vostra miseria vi porrete nell’alternativa di rifiutarla nella sua totalità.

Ciò detto: in quanto esponenti della classe post-hc (almeno così affermano loro nella loro biografia di 5 pagine A4 in cui tra l’altro mi fanno sapere che nel 2007 hanno vinto il premio della critica al “Vanilla Sky Contest” di Romagnano Sesia) chiamo all’armi finchè terranno il loro sangue in core i Violet (myspace.com/violetit). Ho tentato di trovare delle loro recensioni googolando, ma il massimo che ho ottenuto sono state delle recensioni di Andy Violet su debaser.it o di Paolo e Mary Chain (ho dovuto modificare il nome dell’artista onde evitare sventure alla mia persona). La traccia #6, che mixa jungle e i Finley mi basta per reclutarvi. Chiamata all’armi per la causa santa ska coi Lucy in the ska (myspace.com/lucyintheska06), che sono stati più arditi del IX Reggimento d'Assalto Paracadutisti Col Moschin: mi hanno scritto chiedendo il mio indirizzo e io, fiutando odor di ganja ma soprattutto di Giuliano “the king” Parma and the ballbreakers, prudentemente ho risposto: “mandatemi il cd solo se fate pezzi originali”. Al che loro hanno testualmente replicato: “Noi reputiamo l'originalità dei nostri pezzi una delle nostre principali caratteristiche. Le richiediamo un indirizzo a cui inviare il promo”. Che bisogno c’era, visto che vi ha già rensiti rockit.it? Arruolati. Al grido di Contro il sistema la critica ganza si scaglia, Morgan chi molla è il grido di battaglia chiamo all’armi i Mordana (myspace.com/mordanarockband), per perorare e perforare la causa del nuovo rock italiano. Con liriche quali Labile, sottile, differenza tra la tua e la mia via/ nata dall’arido vivere nella consuetudine/ umide labbra piene di sapori che/ disegnano la mia visione limite erotica/ altera l’equilibrio della mia chimica/ volatile l’orizzonte che non è che un altro limite come desistere dallo stringere un patto d’acciaio con loro? Li coopto senza nemmeno ascoltarli, tanto più che hanno ottenuto recensioni su gufetto.it, ephebia.it e saltinaria.it e partecipato a Roma Rock School Competition. Per quel che riguarda la classe “roba che potrebbe recensire solo Baroni” chiamo all’armi l’Ospedale dei suoni (ospedaledeisuoni.it) e il loro cd basato su improvvisazioni generiche comprensive di frequenze radio e alterazioni sonore ambientali. Nessuna recensione reperibile. Il lettore del mio laptop ha deciso di improvvisare pure lui visto che hanno avuto la geniale idea di attaccare sul cd un adesivo spesso quanto una braciola Probabilmente è questo il motivo per cui non li ha recensiti nessuno: il risultato sonoro ha fatto vedere i sorci verdi a Yamazaki Maso aka Masonna. Chiudo il reclutamento con gli Insideprocess (myspace.com/insideprocess), un nome da band metalcore più scatologico che escatologico: teschi aù gogo, ringraziamenti alle clothing companies invece che ai parenti, batteria triggerata…pura deutsche ideologie insomma (e infatti gruppi come questo e i film porno scatologici hanno terreno di coltura e conquista la Germania:chiedetevi il perché). Demokrazia in quanto rubrica rivoluzionaria nemica di ogni ideologia rivoluzionaria è certa che con loro la vittoria sarà nostra.

Uno sguardo al Sol dell’avvenire (il film di Gianfranco Pannone) prima di prender l’armi,

Voster Semper Voster

Er-P

spadrillasindamist.blogspot.com

domenica 28 settembre 2008

Il primo bacio sulla Duna

Chiariamoci subito una cosa: non ho mai mangiato così bene. Pietanze talmente clamorose che me le ricorderò per sempre mangiate in un posto sperduto, estremamente difficile da trovare. Talmente difficile da trovare che il potente navigatore satellitare messomi gentilmente a disposizione dal nostro collaboratore di redazione Pio Pompa non mi è stato di nessun aiuto e mi sono perso nelle vaste zone di campagna che caratterizzano la Ferrara rurale - che se vivesse negli Stati Uniti voterebbe sicuramente repubblicano.
Però ne è valsa la pena di rischiare di non tornare più indietro, perché il Ristorante Cavalier Uliva ha un non so che di prodigioso. Ambiente molto rustico, camerieri cortesi, rancio ottimo ed abbondante servito in pentole vintage da cui è doveroso servirsi liberamente. Ti siedi al tavolo ed in men che non si dica arrivano gli antipasti, ti abbuffi ma sei subito pronto a ricominciare. Io sono per una ricerca scientifica libera da qualsiasi vincolo religioso o politico e dunque ho sperimentato ben quattro primi piatti. Pappardelle al curry, gnocchetti di zucca, strozzapreti speck e radicchio e tortelli del Cavaliere, tutti piatti fatti in casa e tutti estremamente gustosi. Li chiamano assaggi di primi piatti ma mi hanno talmente riempito lo stomaco che me la sono vista brutta, e solo un sorbetto alla mela verde ha evitato eventuali complicazioni. Oltretutto ho speso pochissimo, e ciò è sempre cosa buona e giusta.
Sicuramente il Cavalier uliva si merita 5 cucchiai e lode su 5, e molto male ha fatto il Direttore a non accompagnarmi in questa ennesima grande impresa di Spadrillas in da mist, il blog della Ferrara bene nonché il blog che vuol bene a Ferrara, Giuliano per la precisione.
Ma il Direttore è un uomo impegnato, ed un po' lo capisco. Era alla presentazione in anteprima de Il primo bacio sulla Luna, nuovo galattico album di Cesarone Cremonini. Ovviamente il Direttore ha voluto fare la primadonna, ha girato un breve filmato dell'evento ed ha voluto tenere la copia del disco tutta per sé, ma io da buon ragazzo di campagna mi sono rivolto a Giuliano Tavaroli e al suo Tiger Team ed ho potuto ascoltare l'opera aggirando veti e divieti redazionali. Rischio il licenziamento ma Il primo bacio sulla luna è talmente bello che vale la pena di parlarne con enfasi e finto compiacimento, è una sorta di rivoluzione copernicana del pop italiano e deve avere massima pubblicità e diffusione. Tre anni di lavoro per un prodotto che solletica la sensibilità, finisce e vorresti che ricominciasse a girare da solo nel tuo lettore cd, tale è la quantità di esperienze, sogni, sofferenze che Cesarone ci ha buttato dentro. Testi di una profondità quasi imbarazzante (La ricetta per curare un uomo solo, Il pagliaccio, Chiusi in un miracolo), potere alla melodia più pura e genuina (Le sei e ventisei, Dicono di me, Cercando Camilla), maturità e consapevolezza (Figlio di un re, L'altra metà) per un uomo che si autodefinisce “curioso, entusiasta e un po' rompiballe”, che pensa che non tutti i giovani siano disattenti, superficiali ed impasticcati, che è per la “rivoluzione dolce” (sto ancora cercando di capire cosa voglia dire, ma fa lo stesso), che pensa più ad avere la fiducia di chi lo ascolta che a vendere dischi, ma che soprattutto si è messo a dieta per dimagrire quei venti chili che ha messo su nel corso degli anni. Il primo bacio sulla luna è il capolavoro di Cesare Cremonini, il Mick Jagger italiano, un ragazzo che da sbarbato agli autoscontri non ha preso abbastanza schiaffoni ed ora ce lo fa pesare, regalandoci grande musica e perle di saggezza.
A quarant'anni lui e Ballo saranno ancora in pista e ci regaleranno grandissime soddisfazioni, ne sono convinto. Come Gianni Morandi, come Celentano, come Jovanotti. Giuliano Ferrara invece è un grande direttore, è un bel direttore.

sabato 2 agosto 2008

La gente fa bla-bla, io faccio bang-bang

Colore chiaro, gusto pulito. Frutta vera niente additivi chimici, chimica & alchimia perfetta tra frutta e ghiaccio, anima e ghiaccio. Gusti assortiti ma due in particolare che spaccano, la sottile leggerezza di scegliere il meglio.
La granita siciliana della gelateria La Cadorina è un must per ogni giovane ribelle ferrarese che si rispetti. Disponibile in gusti diversi ed assortiti a seconda del periodo in cui la si consuma, è fatta di vera frutta frullata, veri semi di frutta frullata, vero chiaccio, vero zucchero ed un vero bicchiere (di vetro nella versione da tavolo o di plastica nella versione da passeggio). Testata nella versione bicolor anguria e melone perché abbondare è meglio che non saper decidere, è assolutamente la più buona granita siciliana che si possa consumare in territorio estense (ma probabilmente anche in tutta la Padania Campione del Mondo, lo dice anche Raidue). Prezzo economico, ottimo e veloce servizio, agilità nella conta dei resti e nella consegna fanno di questa tipica pietanza ferrarese un vero e proprio feticcio di cui è doveroso abusare – che tanto poi se si fa indigestione si sta a casa dal lavoro o si marina la scuola.
Il chiosco in cui viene servita questa prelibatezza è posizionato in pieno centro cittadino, in giardinetti che sembrano un angolo di Mosca (nel senso della città, non nel senso di Maurizio, uno dei più grandi giornalisti viventi), il che conferisce un tocco ancor più suggestivo e vitale al tutto. È facilmente raggiungibile con ogni mezzo e rappresenta una valida alternativa allo strapotere della Gelateria Isola, dove tutti i ferraresi medi si recano ad abbuffarsi di mastodontiche coppe gelato dal contenuto calorico da censura. Ferrara è così, la gente va dove vanno tutti gli altri, la massa segue la massa e nessuno si distingue, ma soprattutto nessuno pensa alla salute. Ma questo è un altro discorso buono solo per i lettori di Blow Up, un discorso che per evitare querele mi vedo costretto ad interrompere. La Scena non accetterebbe.
(voto: 5 cucchiai su 5)