domenica 27 febbraio 2011

Equipollenza tra Red Bull e Fake Bull: verità o leggenda metropolitana?









Ho perso l'intera tredicesima (e quasi tutto lo stipendio di gennaio, particolare da non sottovalutare) giocando al videopoker ed ora c'ho le pezze al culo. Sono disperato, sono talmente alla frutta che tra le altre cose non posso più nemmeno permettermi di comprare la Red Bull e devo per forza ricorrere a loschi surrogati in vendita al discount chiamati Energy Boost. A volte gli scherzi del destino ti portano anche a grossi sacrifici come questo, sacrifici che poi in realtà nascondono scoperte interessanti ed inattese prese di coscienza.

Sia chiaro, sono felice ma all'inizio è stata molto dura. La Energy Boost non è un tarocco, è di più: è un tarocco creativo, sublime, quasi poetico. Ha una confezione terribilmente simile al quella dell'originale (il blu è più scuro, ma è solo un piccolo dettaglio che nulla aggiunge e nulla toglie al risultato finale) ed un logo costituito da un pitbull rosso che vorrebbe disperatamente essere uno dei tori del marchio della RedBull ma non ce la fa proprio. Il sapore non è lo stesso ma in fondo è molto simile e risulta addirittura estremamente gradevole anche se un retrogusto tipo quello della colla Uhu-Stick che si leccava alle scuole elementari potrebbe infastidire i palati più fini. Il colore è assai strano, l'odore pure ma non fa nulla e la composizione chimica è incerta - nel senso che nelle informazioni riportate sul retro è indicato che c'è la taurina e c'è tanta caffeina, ma potrebbe anche darsi che la taurina utilizzata sia stata procurata chissà come (e chissà dove) e che la caffeina sia ottenuta da fondi del caffè e cose così – e non si sa quali potrebbero essere gli effetti a lungo termine dati da un consumo smodato della bevanda (se per questo non si sanno neanche per la Red Bull, ma almeno dietro ci sta una parvenza di sperimentazione e ricerca, checché ne dicano le malelingue). Sembra addirittura più potente della Red Bull e ti dà una scarica iniziale e la botta si prolunga per diverse ore, ma in fondo è uguale perché sicuramente la fanno con i suoi scarti di produzione.

La differenza tra le due bevande in definitiva la fa il prestigio sociale. Se esci e ti bevi una Red Bull fai un gesto ormai comune e probabilmente finisci pure per risultare un tipo ordinario, mentre se esci e ti bevi una Energy Boost portata da casa almeno fai ridere la gente. Guardano la lattina e ridono, pensano che tu abbia le pezze al culo e ridono, pensano che tu sia un tipo bizzarro e ridono, però intanto ti considerano, acquisti punti ed il tuo prestigio sociale sale alle stelle. Stai sicuro che parleranno di te, e se sei single potrai avere l'opportunità che aspetti da tempo (mentre se sei fidanzato la stima della tua compagna/del tuo compagno aumenterà parecchio, per non parlare dell'autostima se sei un incallito segaiuolo). Bere una Energy Boost è quasi un gesto politico (sempre che la politica abbia ancora un senso nel 2011 in Italia), una dichiarazione di indipendenza, una affermazione del proprio io e della propria personalità, bere Energy Boost è distinzione dalla massa e sprezzo delle convenzioni e delle regole scritte ed orali. Sei te stesso e non ti curi degli altri ma nello stesso tempo te ne freghi della tua salute (e quindi di te stesso) e attiri l'attenzione degli altri. Sembra incredibile ma bere Energy Boost è tutto questo e molto altro. Quasi un miracolo, un miracolo al costo di 50 eurocent in offerta al discount.




(Ill Laimbeer takes the m-f boost)

Per dire quanto la boost è leggendaria come I templari: se cerchi so google “boost+ld” ti viene fuori una roba da autotunning che tra l’altro ho letto meglio il prodotto ed è una roba per colorare il tuo acquario come una macchina da autotunning. Tipo mangiarsi una trekking light, quella roba che ti davano col cambio d’olio. Ecco non è un caso nemmeno questo: l’energy drink che noi di Spadrillas, con spregio del pericolo (d’altronde siamo gli ultimi dei boyscout e Rischio è il nostro secondo nome) abbiamo provato per voi giovedì prima di una partita di basket e venerdì prima di un dj set di Felisatti Tosino e Accento Svedese in cui due delle Pocahaunted bevendola si sono ricongiunte con lo spirito di Enzo Braschi che ora è un capo indiano e hanno fatto poi la fine di Sandy Balestra e Sidonie Lamour. Fate conto che se poi non capite niente di quello che stiamo scrivendo è perché non ci è ancora andata giù: anzi, i ragazzini che poi se la sono bevuta con noi hanno pisciato sul jet-set dell’indie italico e internazionale e hanno squattato la cucina di zuni tentando di friggere il power drink che noi endorsiamo sulle padelline, come della ketavet. Se digiti foto e boost+ld ti compare la ruota della fortuna con Ylenia Carrisi, Milly D’Abbraccio e Mike Bongiorno e Bufalo di Romanzo Criminale. E anche in questo caso non è un caso. Mio cugino l’ha bevuta una volta ed è morto per 2 minuti. Insomma: la boost dell’ld per berla e digerirla ci vuole l’intervento divino. Il colore è tipo olio di macchina, il prezzo 50 cent. Venerdì avevo allenamento a Copparo e me la sono smezzata con un mio compagno che di solito beve quella del lidl (che la fanno a Verona, mentre questa la fanno in Austria: è più di una sicurezza che sta roba se la usavano durante la Repubblica di Salò o quando hanno decretato l’Anschluss): le gambe mi han preso a fare come se le mie and1 fossero diventate le scarpe di Enrico Montesano in Culo e Camicia. E anche questo non è un caso, il grand soleil è l’unica cosa chimica come questo energy drink che nun se batte, dentro oltre a caffeina e taurina c’è della roba di cui fino a giovedì ignoravo l’esistenza tipo l’inositolo, la niacina e l’acido pantotecnico (sicuramene ha a che fare con degli scarti di mine da disegno o con la Panto, che era sponsor di Colpo Grosso): insomma la boost è il megafono liquido di una generazione sull’orlo di una crisi di nervi che uscita dal Ser.T chiede i soldi per il power drink, un iceberg emozionale (qualsiasi cosa queste frasi a caso significhino). Per il basket a Copparo e i dj set pericolosi è indicata perché dà allucinazioni che fanno comparire sul playground i Datura e Ricky Le Roi e in pista Tennis Rodman, Rick Mahorn e Jeff Ruland. Tra l’altro oltre a un pitbull rosso sembra anche un bulldog rosso, che è altrettanto geniale. Con il boost dell’LD le chiacchere stanno a zero: voi bevete pure vodka e redbull pagandola 10 euri, per noi è più forte delle bombe, è la bevanda di Tomba la Bomba quando gettava i prosciutti in valle andando a fare le sagre: altro che il down questo è l’up totale, è un boost da ogni botta un quintale. E’ una questione di attitudine insomma: ci giochiamo la reputazione nei playground e in pista endorsandola, ma sappiamo che questo è il ruolo delle avanguardie come Spadrillas. Bere la Boost è più di un gesto politico: è un gesta bellica. Anzi di più: è un gesta fallica. Sembra incredibile ma bere Energy Boost è tutto questo e molto altro. Quasi un miracolo, un miracolo al costo di 50 eurocent in offerta al discount.

martedì 18 gennaio 2011

Julio Iglesias e Giulietto Chiesa sono la stessa persona, li avete mai visti assieme? (chi dice “stile” e ti lama nella Scena è una iena)














Tempi grami per la libertà di stampa in Italia. La conferma per una volta non è Farina delle scelte di campo e di officina dei sallustri direktori prezzolati dal neomoroso Silvio, ma dall'insospettabile Repubblica, testa di ponte di quella sinistra salentina dentro, che malversa l'informazione e perde regolarmente le elezioni: a piazza Indiependenza hanno censurato addirittura Ernesto Assange, depennando il live report dal concerto dei Pooh. Il decano della stampa musicale non allineata e con la schiena dritta è colpevole, agli occhi di Ezio Massimo Mauro Di Francesco e della sua cricca radical chic che strizza l'occhio ai black bloc appena sorge il sole, di aver scritto quello che tutti pensano, ovvero che Dudi Piersilvio Battaglia, Robi di Kappa Facchinetti e Red & Toby Adriano Canzian siano anche gradevoli su disco, ma in concerto peccano di didascalia, non riuscendo a riprodurre sul palco tutte le frequenze sovraincise in studio dalle loro 32 Ibanez. “Decisione unanime perché incompitabile (sic) con la linea editoriale del giornale”, questo il timbro sgrammaticato dell'ignominia che annulla le voci scomode e dà voce solo al pensiero unico, quello che si ciba del peggior gossip su Rubyn Kanzian -parente di Red, e poi dicono dei favori del sindaco Alemagna- per screditarla lungi dall'essere decisiva nell'imminente campagna elettorale.

Ma da quell'organo libero e senza padroni che siamo, a Spadrillas In Da Mist concediamo asilo ad Ernesto Assange riconoscendo in lui uno spirito critico che (a differenza dei Luca Valfrutta e dei Gino Castoldi Dalai) non ha peli sulla lingua e se li ha non sono i suoi. Vergogna, a quella pubblicazione che anticipa ai propri redattori cosa scrivere, coprendosi dietro i teli Cerati per celare sphrazzi di verità ai propri lettori ciechi e sordi, privi di santi in paradiso.

Benvenuto nella brigata di liberazione nazionale, compagno Ernesto Assange!


Ci vorrebbe Cristiano Lucarelli che dopo ogni gol salutava la curva a pugno chiuso gli ultras del
Livorno, per scrivere certe recensioni. Uno studio televisivo in penombra, una striscia di stagnola, una biro, dell'ottimo crack, polmoni d'acciaio, inquietanti sagomati in bianco e nero sullo sfondo, il goleador livornese che struscia ed aspira ponendosi inquietanti interrogativi. Perché i Bluvertigo dal vivo annegano il loro pantano di filtri ed effetti in un surrogato pulitino dei New Order? Perché Enrico Ruggeri abbandona i suoni in bassa fedeltà per un garage uguale a mille? Perché i quattro Pooh di Bergamo (Steve Ferrone è mero italo-negro, suonare è ben’altra cosa…) vengono descritti dalla stampa come indie intrisi di Silver Rocket e My Scatty Morandy e su un palco ti ricordano i Negramaro e i Comunione On Liberazione? Effetto Pitchfork o meno, sembrava di avere sul palco i Decibel più svogliati, brit-pop-rock con la Cool List di fine anno sullo sfondo e dozzinali universitari che ci passeggiano come ad andar per funghi allucinogeni. E le emozioni? E le passioni? E i fasci che menano peso e poi hanno spazio ovunque, anche fra i libri e al cinema? E Canale Italia che apre sul digitale terrestre Canale Italia Musica e sul suo sito scrive “Canale Italia Musica intercetta un pubblico giovane e dinamico. Una sorta di DJ Television con i video clip delle canzoni più belle del momento integrata con un crawl ricco di tante informazioni” senza che nemmeno si sappia cosa c'entri la parola crawl? In mancanza del bomber toscano, le soluzioni che appaiono agli occhi del mero cronista imbrattacarte sono due. La prima: la stampa musicale (e chi parla di musica in generale, tv comprese) è in mano a un manipolo d’incompetenti che i dischi neanche li sente e scrive nomi e parole a vanvera per i nostalgici di tutto con il peso specifico di niente. O magari i nomi li piazza lì a caso sperando di impressionare ragazzini che questi nomi neanche li conoscono, perché – si sa – il pubblico indie è un pubblico giovane e dinamico che un anno impazzisce per un gruppo e l'anno dopo lo infama e/o lo ricopre di merda, sempre senza essere consapevole che questo gruppo non ha inventato nulla e si è limitato a copiare musica del passato. La seconda: Roby Facchinetti e soci dovrebbero evitare di far dischi che poi non sanno suonare. Studiati e post-prodotti, effettati e spacciati per dogmi, che piacciono ai ragazzi indie ma poi l'anno prossimo non piaceranno più e verranno infamati dalla Scena, pronta ad accogliere un nuovo clone da ricoprire di merda al prossimo giro. Comunque la si pensi, questa resta una storia di merda. Italia di merda,come cantavano i Cripple Bastards mentre qualcuno del loro pubblico si faceva in vena poi si lanciava nel pogo. L'unico pubblico genuino è quello lì.

Ci vorrebbe Selvaggia Lucarelli per scrivere certe recensioni. Ci vorrebbero più Morgan nella critica musicale italiana. O forse anche solo la roba che si è fatto Enzo Baldoni e Castoldi detto appunto Morgan nel suo studio: una bella pera (o una Peroni) in penombra (o in perombra, o in peritonite, o una soluzione di perossido di azoto come si faceva il mio amico Ebrezza quando stavamo in panchina nella locale squadra di basket di Copparo), per arrivare a vedere della roba tipo quattro cinegri inquietanti e scambiarli per Kato l’assistente dell’ispettore Closeau che mette su un gruppo trendy di cui arriva anche a parlarne un giallista della bassa parmense su radio deejay? Perché come si chiedeva Elio se la mucca fa “muu” il merlo non fa “mee”? Perché i Blanc Dogs dal vivo annegano il loro pantano di filtri ed effetti in un surrogato pulitino dei New Order, per dire una frase copiata a caso da un pezzo a caso che ci sta tutta? Perché Crystal Waters e Roger Waters abbandonano i suoni in bassa fedeltà per affittarsi un garage uguale a mille altri per tentare di importare il crack sulla riviera romagnola? Con tutti gli yogurt che c’erano c’era proprio bisogno di Yoplait? La risposta a questi inquietanti interrogativi non è su Rieducational Channel, ma ci vorrebbe di certo una riforma alla Pol Pot con Morgan ministro e i Ministry Ministri, una riforma veramente rieducativa. I nuovi Pooh con Steve Ferrone (uno che ha suonato con Duran Duran, Metal Carter, Claudio Baglioni e Scritti Polittti, che sembra l’unica cosa falsa di sto pezzo invece è tutto vero, lo ho appena scoperto su wikipedia e posso far finta di averlo saputo da sempre) vengono descritti dalla stampa nella loro svolta indie, intrisi di Jesus And Paul Chain e My Bullet for My Valentine e su un palco ti ricordano i The La’s e i High On Fire? Effetto Pitchfork o meno, sembrava di avere sul palco i Creeps dopo la pace coi Bloods dopo la rivolta di Los Angeles del 1992 quando Ice T si esaltava, solo più svogliati, brit-pop-rock con la Cool List di fine anno sullo sfondo e dozzinali universitari leccesi di cui è già stato detto più volte in questa sede che ne abbiam piene le palle di loro come di Vendola d’altronde, che ci passeggiano come ad andar per funghi. In mancanza di Selvaggia Lucarelli e soprattutto delle sue tette, le soluzioni che appaiono agli occhi del mero cronista imbrattacarte sono due. La prima: la stampa musicale è in mano a un manipolo d’incompetenti che i dischi neanche li sente e scrive nomi a vanvera per i nostalgici di tutto con il peso specifico di niente. La seconda: Dodi Battaglia e Dodi Al-Fhaied e soci dovrebbero evitare di far dischi che poi non sanno suonare perché gli si stacca il catetere. Studiati e post-prodotti, effettati e spacciati per dogmi. Comunque la pensiate, questo resta un paese per vecchi in cui Steve Ferrone ci fa quasi la sua porca figura nel tirar a campare, e ci sta tutto che dagli Scritti Politti sia approdato ai Pooh. Tutto torna: Skank Bloc Bologna, sappiamo benissimo cosa significa “pooh” in inglese, aggiungeteci Gianni Moranti e per forza che finiamo a parlar di merda. L’unico pubblico genuino oramai è quello che mangia la merda perché non può mangiare il riso. E allora capiamo perché a inizio carriere Ferrone ha suonato anche con il Gianni Morandi nel suo periodo più eversivo, non a caso copiato da GG Allin. Insomma: comunque la si pensi questa resta una storia di merda.

domenica 2 gennaio 2011

A sorpresa siam tornati: buon nano dalla redazione di Spadrillas. Per un 2011 con i fiocchi.

"L'Italia è un paese giovane", diceva Lino Toffolo in una trasmissione musicale di cui non ricordo il nome che conduceva negli anni ottanta su Canale 5, "se parliamo di festival". Un Paese in cui la cultura dell'evento musicale partecipato e condiviso sta iniziando ora a crescere e fiorire come papaveri da oppio, in senso europeo, come quei mostri sacri del genere quali Sziget, Festival Internacional de Benicàssim o l'inarrivabile Glastonbury (Ferrara Sotto Le Stelle non lo metto perché è a Ferrara e non a Milano, ed io sono un culattone raccomandato che è andato a Milano per svoltare e ce l'ho su con tutto ciò che non è Milano). Non esiste cultura giovanile che non abbia il suo festival di riferimento, ma ha ancora senso stare a parlare di cultura giovanile nel 2011? Son solo seghe mentali, ma tant'è. Per gli hippies, c'era Woodstock. Per il Sindaco del Metal c'è il Gods of Metal. Per gli amanti della techno, c'è I Love Techno. E per la musica italiana? Ora c'è il MI AMI, il festival organizzato da Rockit, che in 6 anni ha fatto girare più di 500 gruppi di (nuova) musica italiana che ripetono in piccolo i tic ed i difetti della vecchia musica e pertanto sono più vecchi della vecchia. Quella ancora non codificata, senza un codice di riferimento, senza un riferimento, senza un ferimento, senza un fermento, senza il mento, senza un braccio, accio accio, calcolo renale, fistola anale, vaglia postale. Forse senza un santo a cui votarsi. Santo Trafficante shoot the benpensante killing me softly with your musica pesante.
Ci siamo chiesti dunque se questa esperienza potesse essere una rottura nel tran-tran del mercato della cultura, del bunga-bunga della prostituzione culturale e delle marchette a buon mercato ai gruppi che vogliamo promuovere perché amici degli amici. Se si trattasse di un momento di intrattenimento puro e sterile o una risorsa-laboratorio per cambiare vite e direzioni, se si trattasse di un porno andrebbe ancora meglio. Il risultato è "L'anale che mi porto dentro vuole te, in tutte le posizioni". Una ricerca che abbiamo svolto con Alberto Stasi sul ruolo che i festival svolgono nel contesto culturale e di consumo nel nostro paese. Sulla capacità dei festival di risvegliare la parte pura di noi che la società assopisce e stupra (cazzo vuol dire poi, l'ho scritto perché faceva strano ed alternativo). Live, interviste, chiavate, percorsi che restituiscono un'Italia civile, sociale e viva. Oltre che una scena di musicisti che ha saputo razionalizzare il proprio percorso. Buona visione!

domenica 31 ottobre 2010

Una vita su una ruota sola, elaborando il motorino: anche noi abbiamo l'inviato speciale, e che report, cazzo!









Riceviamo e volentieri pubblichiamo dal nostro inviato Alfonso 'Uomo di Mare' Inoki un report relativo ad una serata-revival dello Zoo Animal Sound di Ferrara, ovvero "essere nel 2002 pur essendo nel 2010, non vergognarsene e pogare duro gli stessi pezzi ora come allora". Luci accese anche di giorno e prudenza, sempre - come diceva Nico Celeghini, uno che c'è rimasto con le paste che vendevano ad Ibiza nel 1988 ed allora ha iniziato a fare il motofilosofo nella trasmissione Grand PomPrix condotta da Andrea Roncato De Adamich. Teniamoci forte, si parte:

Come ogni magazine che si rispetti ha degli inviati speciali, Ill Bill Laimber e Accento 'Puma' Svedese hanno qualche subalterno che visita gli happening della movida cittadina quando loro sono impegnati in eleganti galà o risse sul viale del Lido degli Estensi con gli immigrati estivi milanesi “peccato è tutta petta', per fermare la strage laddove J.Ax l'ha iniziata.

Quella notte era nostra, noi ragazzi dello zoo di Berlino, cresciuti in campagna al sole ad inebriarci dell'olezzo di letame mentre truccavamo i nostri Booster Spirit (shame on riproduzione Yamaha) levando la lana di vetro dalle marmitte in primis, cambiandole totalmente in secondo luogo, perchè della pula ce ne sbattiamo il cazzo, bro.
Seduti sui nostri motori, cappello da pulotto di pelle modello Blue Oyster e giacca con le paillettes, noi bravi perfetti emuli dei Judas Priest diamo fuoco alle pedaline e ci indirizziamo verso l'antro della trattoria da Gianni per un frugale spuntino di spianata di feci per caricarci il giusto ed essere disinibiti nel dancefloor. Perchè è giusto lavorare, ma quando lo si fa in una 'discoteca' un minimo strafatto dell'ingrediente speciale di GG devi esserlo, enough said.
Arrivati c/o il Madam [omissis] si respirava un'aria completamente diversa da quella della nostra amata campagna, ma con forza da condottiero ho convinto la mia troupe ad entrare lasciando i caschi appesi al non-sottosella a penzoloni rasente marciapiede. Cavalletto laterale or die, è una storia di strada con lambrusco e coltelli, non siamo più gli stessi pischelli.
Nella fila delle liste c'erano un sacco di vip, in presa di nostalgia dai vecchi tempi dei primi anni 00, infarinati ancora prima di entrare: ho visto Lapo Elkann con una sempre più graziosa Gina Lollobrigida in minigonna scambiarsi dolci Baci e Abbracci e cioccolatini Fiat con fare insicuro, una sempreverde coppia Luca e Janira Sardella, Enrico Ruggeri con i tappi nelle orecchie (scelta stilistica che deve adottare anche outdoor dopo la deposizione che ha lasciato sul numero del 9 luglio di Chi in cui ammette di non ascoltare musica nuova dall'82) e Gianluca Grignani in gran spolvero che cerca in tutti i modi di rimorchiare Maicol del Grande Fratello. Io, che sono un furbo, non mi faccio soffiare la cosa da sotto il naso prima che Gianluca la finisca subito.

Alfonso Inoki: Gianluca è un piacere vederti qui. Sei sicuro di entrare in un locale che non mette tue canzoni?
G.G.: Ma non dire cazzate! Come può un locale non mettere uno dei miei pezzi? Ne ho scritti almeno 70, senza aggiungere quelli a quattro mani con il buon Enrico e i singoloni dei primi tempi, di penna dell'alluce sinistro di Umberto Tozzi. Dai, non fare il frocio.

A.I.: Sono belle cose da sentirsi dire da un cantautore di successo come te. Come gestisci la tua fama internazionale e il presentarti così tranquillamente in pubblico in eventi del genere?
G.G.: Con il tempo tutto ha un senso, anche il sapore del lamento, come un'ombra dietro un vetro immagino e dall'idea lo sai che io mi agito, perchè a volte sembra solo un gioco ma poi cado giù da un cielo spento, e io col computer io non ci parlo.

A.I.: Parole toccanti. Come hai preso la dipartita di Stefano D'Orazio dai Pooh e l'entrata al festival di Sanscemo di Elio?
G.G.: Non ho molto da dire, è tutta una questione di interessi di quel tiranno della Maionchi. Oh, ma lei sa chi sono io, quando avrà bisogno di fare il botto mi chiamerà, io sono più famoso di Gesù. D'orazio è un bravo ragazzo. Spesso e volentieri frequentavamo la periferia assieme, lui aveva il sogno di trovare un bambino disadattato che fosse un mago col pallone, io quello di trovare la donna della mia vita. Ora chiedetevi perchè io continuo ancora a fare musica e lui si è dato al pensionamento artistico.

A.I.: Ultima domanda prima di farti salire sul tappeto rosso delle star: è amore quello fra te e Maicol, stella mai nata dell'edizione più sfigata del Grande Fratello?
G.G.: No dai ragazzo, i gossips non mi piacciono. Io sono un rocker, ho i capelli lunghi e il giubbotto di pelle. Le ragazzine impazziscono per me, tu hai la barba e i maschietti non mi piacciono ancora, non sono ai livelli di Nek.

Gianluca scappa e non torna più. Noi riusciamo a saltare sul treno delle 7:30 ed entriamo nel Remember Zoo Animali Da Palcoscenico mentre la band sta finendo di suonare. Sembrano gli Styles ma hanno il piglio underground che è marchio di fabbrica della generazione Rockit. Ho già una mano che pesca dalla fondina ma poi ricordo che Halloween è fra qualche giorno e che ho messo il costume da Tomas Millian per metà. Strano, perchè c'erano quattro ebeti vestiti da cecchini che si aggiravano con dei fucili laser a mo' di scenografia.

Ecco il dj set, ecco che parte il ritorno al suono delle origini, aborigeni che costruiscono ruote e Giancarlo Magalli strafatto di bamba che rotola sul dancefloor, luci strobo e fumo che sembra di stare agli eventi salentini a Bologna. Incalza la marcia imperiale di Star Wars coperta da un antro di bestemmie da un ragazzino con gli occhiali neri e la maglietta dei [omissis]. Le cubiste salgono sul palco e parte la battaglia per chi ballerà meglio, Metis Di Meo o Ivan Zazzaroni?

Non ci potevo credere: la massa informe si sposta tutta in prossimità delle transenne e si mette a pogare sulle note di My Generation dei Limp Bizkit, un coro di ragazzini dal pantalone largo alza al cielo il numero di Rock Sound con Fred Durst in copertina prima della liposuzione e della storia con Christina Aguilera. Daniel C. Marcoccia is my co-pilot e ne vado fiero, solo sampler di RS per la musica nuova. Lo speciale Punk lo lasciamo a Giulio The Bastard o ai pischelli con i coltelli, due esempi di società negativa della periferia che hanno scelto la musica invece della droga, sbagliando.
Passa in rassegna tutto il carrozzone nu-metal: Korn, Molotov, Incubus in periodo fregnaccia, Slipknot e il riempipista Killing In The Name Of dei Rage Against The Machine. Il mio fotografo si era immedesimato così tanto che ha gettato la digitale per andare in mezzo ad urlare 'Heil Zapatero' in faccia ad una studentessa erasmus irlandese, cercando di addescarla e portarla l'anno prossimo venturo ai comizi di AN a Mirabello. Purtroppo ha preso picche e i dj per compassione hanno messo i Motorhead. Sembrava di vivere nel 1999.
I ragazzini indossavano le magliette dei Linea 77 e i jeans della Carhartt più larghi di un paio di taglie, senza porsi problemi del gap temporale in cui sono rimasti. Anzi, facendo un pregio del loro essere retrò senza peli sulla pancia. Ci provavano con tutti, uomini e donne assieme, questo solo per dire a quelli del Durex che noi non siamo secondi a nessuno.

Io con il mio taccuino in mano non ho ballato nessuna delle canzoni fino ai Punkreas, che noi ragazzi di campagna li adoriamo e veneriamo. Li avevo visti proprio lì tanti anni fa, quando ero punkettone e mi portavo nello zaino il bong da fumare nei bagni assieme a Dennis Neyo e Linsday Lohan. Madonna, quante volte che ci siamo trovati per strafarci e guardare The Dreamers di Bertolucci. Era il nostro film preferito assieme a XxX, lacrimando ogni volta che smontavamo gli anonimi motorini dei nostri amici per avere il primato scooterista MBK.
Da lì in poi la serata ha virato ad un tema più californiano, con Offspring, Ramones, i richiestissimi Ska-P, i Meganoidi, il Megadrive, la sigla della cedrata Tassoni e andando a ritroso nel tempo si è passati dai Pantera ai Rolling Stones, fino a pescare dal repertorio Motown e una session di valzer e mazurke offerte dal disc jokey del Piccolo Bar Club di Porto Garibaldi. Gran bazza di locale pure quello, ci va sempre mio cugino.
Una vera goduria per le orecchie che speravo non avesse fine. Purtroppo ad un certo punto della serata il lavoro mi ha richiamato all'ordine quando è spuntato il batterista dei Dari che si addentrava nel bagno delle donne assieme ad una cubista. O forse era Gianluca Grignani o Christian Vieri. Non posso esserne sicuro perchè le uniche testimonianze che ho raccolto sono solamente i versi provenienti dalla gogna e a malincuore erano loro che si soffiavano il naso e ansimavano. È autunno, la stagione dei malanni.

Alle quattro del mattino io e troupe ci avviamo verso casa senza casco, dritti alla campagna come dei moderni Clark Kent. Un'altra serata è andata. Siamo pure riusciti a scampare da uno delle Iene per evitare la rissa, che a noi quelli della concorrenza non ci piacciono e ci sputiamo in faccia.
Arriviamo nei pressi di Comacchio due ore dopo, senza aver mai appoggiato la ruota anteriore al suolo. I veri ganzi si fanno sempre notare, non per niente abbiamo fatto colazione con un'anguilla ai ferri e un paio di birre rubate ad agosto al bagno Blue Moon.

Alfonso Inoki leaves the show.